Archivi categoria: Grande festa alla Corte di Francia

Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 54

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L’estate nell’Île-de-France era capricciosa in quell’anno 1775, tuttavia per una forma di riguardo verso il figlio primogenito della Chiesa le ultime giornate di agosto si lasciavano ammirare e godere in tutta la magnificenza della loro calda e lussuosa opulenza. Tripudi di farfalle e imenotteri di qualsiasi forma e dimensione folleggiavano senza sosta sotto i cieli azzurri, mentre il sole splendeva a larghe falde e le murene si muovevano a frotte per la Cour du Cheval Blanc: eleganti, sinuose, nobilissime e orribilmente orgogliose del sangue blu regalatogli dai loro avi e dei propri panier nuovi fiammanti: non è mai esistita un’accolta di gente più pericolosa e più scintillante dei cortigiani di Versailles.
Luigi XVI e tutta la famiglia reale agitavano i fazzoletti bianchi in direzione di un lungo serpente di carrozze che si muoveva lento e maestoso lasciandosi Fontainebleau alle spalle, puntando indefinitamente verso il sud: le vetture e un’enorme chiatta trasportavano Madame Clotilde ed il suo seguito verso Chambéry per la cerimonia della rémise: laggiù finalmente Sua Altezza Reale le Gros Madame avrebbe smesso (per quanto possibile a parole) ufficialmente di essere la sorella de re di Francia per diventare la Principessa di Piemonte.
Il cornac incitava gli elefanti che trainavano la chiatta cantando delle strofe di viaggio:

It’s a long way to Tipperary,
It’s a long way to go.
It’s a long way to Tipperary
To the sweetest girl I know!

Madame Clotilde batteva il piede a ritmo, e si unì al cornac cantando a modo suo:

Goodbye, Fontainebleau.
Farewell, Choisy-le-Roi!
It’s a long long way to… Chambérary,
But my heart’s right there.

Madame de Marsan, Governante dei Figli di Francia ed affezionatissima alla principessa, era stata graziosamente sollecitata dalla regina in persona ad accompagnarla nel penultimo viaggio: in realtà Maria Antonietta sarebbe stata felice di sbarazzarsene per sempre e che quello fosse l’ultimo viaggio (in senso buono, per carità) di m.me de Marsan, ma si accontentava del penultimo.

– Madame, contegno. Con tutto il bene che vi voglio, questa non è una canzone adatta a voi.

M.me de Marsan era seconda solo a M.me de Noailles nel saper usare l’etichetta come un machete, ma era molto più simpatica: non che questo fosse un grande primato, essendo come scegliere tra la pece bollente e il sale sulle piaghe. E per la gioia dei più buoni, nei giorni seguenti si sarebbero messi in viaggio anche Monsieur e Madame, i Conti di Provenza, perché passando per le stesse tappe dopo la Ciccionilde sarebbero apparsi più magri.

Una volta giunti a Chambéry tutto si svolse secondo quanto stabilito dall’etichetta: la rémise fu fatta sul Pont des Voisins, che è metà territorio francese e metà sabaudo; i nemici della sposa erano da un lato, e quelli dello sposo dall’altro. Svestire Gros Madame per farle abbandonare tutto ciò che potesse essere francese fu un lavoro considerevole ma qualcuno doveva pur farlo, e non fu mai arduo quanto rivestirla una volta dall’altra parte del ponte: il personale di Versailles era abituato da lunghi anni di pratica, i piemontesi no; dalla loro avevano solo una discreta abilità circense che gli permetteva di alzare tendoni da circo in dimore signorili ad ogni occasione. Terminata la cerimonia la principessa appariva commossa, forse perché sapeva che dopo non molto tempo avrebbe incontrato la suocera, Maria Antonietta di Spagna, che sua cognata la Contessa di Provenza chiamava familiarmente mamita.

L’arrivo a Torino si svolse in gran pompa, Vittorio Amedeo III aveva un leggero complesso di inferiorità nei confronti della Francia anche se non lo voleva far sapere a nessuno; balletti di marchese e tripudi di guardie a cavallo affiancavano la chiatta che scivolava lungo il Po, mentre all’approdo era stato eretto un palco per la famiglia reale, che di lì avrebbe poi accompagnato la nuova principessa di Piemonte a palazzo. Dall’alto della sua postazione d’onore la regina di Sardegna scrutava la chiatta con l’ausilio di una piccola lorgnette telescopica. “Perdonate Querido, ma esta Ciccionilde non ve pare un pochito troppo bassa?” chiese a Vittorio Amedeo, indicandogli un punto preciso sul ponte dell’imbarcazione. “Madame, temo che stiate guardando un grosso gatto con la parrucca che saluta la folla con la manina a tulipano, non nostra nuora”. “Minkia, seguro che se el gato è aquì…” rispose Maria Antonietta con un tremolio stizzito nella voce, paventando un pericolo imminente.

Due giorni dopo tutta la famiglia reale, con membri nuovi e vecchi, era riunita nella corta d’onore del Palazzo Reale di Torino. Ai loro lati erano schierati i nobili più chic del territorio sabaudo per assistere allo spettacolo del giorno, ossia l’arrivo di una coppia di dodo (più che di colombi) in visita alla famiglia: Luigi Stanislao Saverio di Francia, Conte di Provenza, e sua moglie Maria Giuseppina di Savoia, in arte Giupa, all’epoca eredi presuntivo della Corona di Francia e signora. Finalmente una grossa berlina verde scuro con le ruote gialle fece il suo ingresso dondolando con l’apparenza di un enorme aspic di prugne sull’acciottolato del piazzale; ed era appunto di velluto color prugna l’abito che cercava di ricoprire con fatica l’uomo che uscì dalla vettura, velluto coloro prugna, passamanerie color bronzo e camicia di pizzo San Gallo.

– Pardonnatemi, amisci, se non riesco a nascondere l’emossion che mi sussita incontrare finalmente la famillia di mia moglie che è anche la mia… disse il Conte di Provenza mentre accennava il gesto di asciugarsi una lacrima dall’angolo dell’occhio destro.
– Monsieur, vi prego, siete dispensato dalle cerimonie per quello che mi riguarda. Sono già abbastanza felice perché posso riabbracciare mia madre, lo ammonì bonaria Maria Giuseppina.

Dall’imperiale della carrozza una voce puntualizzò: “Macché commozione, a Vostra Altezza Reale è solo andato di traverso il panino con la mortadella che ha appena mangiato!”. Donna Sofia di Collegno, contessa di Savonera riusciva ad infiltrarsi ovunque, come ben sapevano Giupa e sua madre.

Maria Antonietta baciò cerimonialmente la figlia, poi le prese le mani tra le sue e le chiese:

– Vi trovo in splendida forma, niña. Come state?
– Mamita, se devo essere onesta da quando sono in Francia mi sento come se mi avesse investita un uragano.

Comme un ouragan
qu’est passé sur moi,
l’amour a tout emporté.
Dévasté ma vie,
des lames en furie
qu’on ne peut plus arrêter.

Comme un ouragan,
la tempête en moi
a balayé le passé

Allumé nos vies,
c’est un incendie
qu’on ne peut plus arrêter.

– Caspita, pequeña, la vostra vita dev’essere davvero piena ed intensa… Y quando credete che mi regalerete un nipotiño o dos?
– Mamita, ma avete visto mio marito? Temo che farei prima a farmeli affittare dalla Smargiassa, non credete?

Maria Antonietta squadrò con occhio da chirurgo il corpulento genero e crollò la testa sconsolata.

– Minkia, seguro! Spero che ve la caviate bene con l’uncinetto, Giupita.

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Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 53

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D’estate, quando Sirio si abbina al Sole dall’alba al tramonto, il caldo e l’umidità rendono arduo arrivare a sera, anche se si vive e lavora in un luogo dove una volta sorgeva un mulino a vento, per cui il vento il rimasto lì anche dopo la demolizione del mulino. Si combatte l’afa bevendo vini di Champagne rinfrescati immergendo le bottiglie direttamente nel Grand Canal, caraffe di mint julep, bottiglioni di mojito e scofanandosi mastelli di gelo all’anguria e di cassatelle di sant’Agata; c’erano anche i temerari che azzardavano delle immersioni nelle acque della Pièce d’eau des Suisses, ma spesso la fatica si rivelava essere maggiore del divertimento. L’unica persona che durante i giorni della fine della canicola cercava di sudare il più possibile era Madame Clotilde, più nota col nomignolo di Gros Madame , perché sperava di perdere almeno mezzo millimetro di giro vita prima di infilare il suo abito da sposa.

Finalmente, il giorno che ogni donzella di buona famiglia aspetta con ansia (figurarsi una principessa di casa reale) era arrivato: la mattina del 21 agosto 1775, nella cappella reale di Versailles, le Gros Madame avrebbe sposato per procura Sua Altezza Reale Carlo Emanuele Ferdinando Maria di Savoia, Principe di Piemonte, rappresentato in quell’occasione dal futuro cognato, Re Luigi XVI. I preparativi fervevano da giorni e avevano creato non pochi problemi logistici a m. Papillon de La Ferté, l’intendente dei Menus Plaisirs, che curava l’organizzazione di ogni minimo evento a Corte. Aveva dovuto accantonare l’idea di far scoperchiare il tetto della cappella o di far togliere la porta e le colonne per via dei costi eccessivi, si era limitato a rimuovere temporaneamente tre vetrate adiacenti per far entrare il sistema di carrucole e paranchi necessari per calare le Gros Madame con tutto il suo abito nuziale all’interno del locale.  L’abito era semplice ma suntuoso allo stesso tempo, un velo bianco leggero a coprire il capo, un corsetto color avorio ad inguainare come avrebbe potuto le spalle e la persona della principessa, con una cintura chiusa da un grande cameo e una gonna con un ampio panier ricoperto da diversi strati di tulle e di broccato; il merito della creazione andava a m.lle Bertin per il disegno e a m. du Canapé de Chateau d’Ax per i tessuti.

Il Re faceva la sua figura indossando un abito di velluto cremisi con il collare dell’Ordine dello Spirito Santo; affiancava la sorella e con aria perplessa chiese:

– Sposarmi, Sire.
– Ma per mille cardini, io ho già una moglie e poi voi dovete sposare M. il Principe della bagna cauda!
– Il Ciumbia lo devo sposare sul serio ma a casa sua, mentre noi due ci sposiamo per finta: non mi potete impacchettare e spedire con la posta celere a Torino senza prima aver fatto di me una donna regolarmente maritata.
– Piano col filo, che la polenta è poca: non vi mando via posta perché con quello che costa al chilo finisce che M. Turgot mi toglie il saluto. Ho già fatto armare una chiatta con tutto il necessario, e andrete via fiume per il maggior tempo possibile.
– Madame, aiutatemi voi… – Disse Clotilde indispettita rivolgendosi alla cognata.
– Siate paziente, sapete benissimo come funzionano certe cose. Del resto, a suo tempo è successa la stessa cosa anche a me.
– Come? Avete sposato il Ciumbia anche voi? – Chiese con aria inebetita Luigi XVI a Maria Antonietta.
– Ah per carità, mi mancherebbe solo quella. No, io non sono mica una di quelle Asburgo tascabili che fanno sposare al primo che passa per strada: intendevo dire che prima di sposarvi ho sposato mio fratello a Vienna.
– Oh santi numi! La Teresona mi ha rifilato un’arciduchessa usata? Siete stata una Delfina bigama? E quindi io sarei… sarei… sarei… ecco, lo sapevo che aveva ragione mia zia Adelaide!
Madame Clotilde versò qualche lacrima, forse per l’emozione o forse per la rabbia. Il fratello le chiese:
– Piangete, Madame?
– Sì, per quanto io sia felice di andare in sposa oltralpe non posso fare a meno di pensare che tra poco tempo mi allontanerò per sempre dalla mia famiglia, da m.me de Marsan, e da tutte le persone cui ho voluto bene.
– Su, non dite così… come si dice… non perdiamo una sorella ma acquistiamo un nuovo fratello!
– Eh, buonasera… credete anche agli UFO? Rispose stizzita la principessa. Io sono stanca di parole inutili, di essere blandita con l’etichetta; io vorrei… vorrei…

– Vorrei due ali d’aliante
Per volare sempre più distante
E una baracca sul fiume
Per pulirmi in pace le mie piume
Un grande letto sai
Di quelli che non si usan più
Un clavicembalo rotto
Che funzioni però
Quando sono giù un po’.

Non voglio mica la luna
Chiedo soltanto di stare
Stare in disparte a sognare
E non stare a pensare più a te!

Da un angolo della chiesa si sentì distintamente il rumore sordo di qualcosa che cozzava contro i pilastri marmorei che decoravano la cappella reale; dopo aver ascoltato la conversazione un grosso gatto rosso di nome Katz Rex, Graf auf und zu Katzenham, stava dando delle testate alla colonna, mettendo a dura prova la parrucca preparatagli la mattina da Léonard.

La sera si tenne un grande banchetto per festeggiare, cui fece seguito un bal paré veramente magnifico. La Regina vi intervenne assolutamente splendida, in un abito disseminato di fiori di oleandro, non troppi diamanti e delle piume non esageratamente alte. Marie-Antoinette aprì le danze da sola perché il real marito non se la sentiva; riuscì ad aggirare diplomaticamente le norme dell’etichetta che le impedivano di girare la schiena al Re durante i primi due balli stando in piedi al suo fianco e dando istruzioni ai partecipanti.

One, two, three, four, five, six, seven, eight!
Dormire!
Salutare!
Autostop!
Starnuto!
Camminare!
Nuotare!
Sciare!
Spray!
Macho!
Clacson!
Campana!
Ok!
Baciare!
Saluti!
Saluti!
Superman!

Ok, ragazzi: adesso cerchiamo di farlo meglio! Ricordatevi che si parte sempre da dormire. Fate attenzione alla differenza tra camminare e nuotare, e nel finale due volte i saluti. Fatelo bene!

Le tre vecchie Mesdames erano nelle loro poltrone come degli avvoltoi in cerca di carogne e scuotevano la testa disapprovando, ma per la Regina non era una novità: sapeva fin troppo bene che il giorno seguente Madame Adélaïde avrebbe redatto delle note per i gazzettieri che l’avrebbero coperta di ridicolo, nella migliore delle ipotesi. Monsieur il Conte d’Artois, ben noto per la sua indole festaiola e fatua, non aveva alcuna intenzione di perdere neanche una briciola del divertimento: si avvicinò alla principessa de Lamballe e la trascinò nelle danze: “Cugina, vi prego. Tanto ir mi cugino è morto da mo’, non avete scuse per negarmi un giretto. E a Carletto vostro un si pole negare nulla!”. Prendendo la mano sinistra di Maria Teresa con la destra la portò in mezzo alla sala canticchiando un motivetto e iniziando una danza fatta di saltelli e di gesti fatti con le mani:

Dale tu cuerpo alegria macarena
tu cuerpo dale alegria y cosa buena
dale tu cuerpo alegria macarena
eh… macarena!
Macarena tiene un novio que se llama
que se llama de apellido Vittorino
en la jura de bandera del muchacho
se la vio con dos amigos…

La grande assente

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Io la cerco sempre, la mia amica Liselotte, ma la imboscano nelle sale Luigi XIV, al primo piano dell’ala sud.
Attualmente sono aperte solo il sabato e la domenica, oppure una volta ogni morte di papa. Sì, in compenso tengono aperta sempre quella cazzo di Galleria delle Battaglie, coi più brutti quadri che Luigi Filippo abbia potuto pagare a metro e a tempo per farli fare più in fretta quando decise di aprire il museo.

Sono anni che sogno di farmi fotografare sotto il suo ritratto con un cartello con su scritto “Abbasso la Vecchia Mona!”, e sotto quello della suddetta Maintenon con un altro cartello “Liselotte von der Pfalz rulez!”…

Gli altri due quadri sono ritratti di Maria Adelaide di Savoia, Duchessa di Borgogna, mamma di Luigi XV e nipote abiatica di Monsieur Philippe poiché figlia di sua figlia Anna d’Orléans, nonché terza cugina di Liselotte in quanto figlia di Madame Henriette, la prima moglie di Monsiuer, nata Enrichetta Anna Stuart, figlia di Carlo I Stuart e Henriette Marie di Francia (sorella di Luigi XIII): Carletto Stuart era il fratello della nonna paterna di Liselotte, la squinternatissima Elisabetta Stuart.

Segnaliamo accessoriamente che la piccola Duchessa di Borgogna a Versailles era tutta frizzi, lazzi e occhioni languidi per la Vecchia Mona: la sua brava mamma savoiarda era una bestia politica di suo, e il fatto di essere entrata in una famiglia di gente che non ha mai finito una guerra con gli stessi alleati coi quali l’aveva iniziata non la fece certo migliorare, e di conseguenza Anna d’Orléans mise da parte con eccessiva disinvoltura l’affetto che la legava alla donna che le aveva fatto da madre e sorella maggiore per suggerire alla nuova bimbetta reale di prendere partito contro la grossa Madame.

(Foto: M. Matthieu Nègre)

Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 52

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Alla reggia di Versailles il pomeriggio estivo colava placido verso la sera, placido quanto può esserlo un mulo dell’esercito quando la mitraglia nemica inizia a farsi sentire: la calma era pura apparenza, come quasi ogni altra cosa al castello; la pletora dei cortigiani ordiva e tramava fingendo di ridere e scherzare, la servitù di basso rango rideva di loro ma ordiva e tramava per avanzare di grado e diventare manovalanza di lusso; la carriolata di cani di m.me de Guémené s’infischiava di tutto, e con azioni democratiche battezzava indiscriminatamente le gambe dei tavoli così come quelle dei Marescialli di Francia o dei valet de pied: tanto, a far lo stesso servizio negli angoli e nei giro scala ci pensavano i proprietari dei suddetti garretti inumiditi.

La Regina camminava lungo un corridoio in compagnia delle cognate, Madame Clotilde e Madame, Contessa di Provenza; Clotilde le piaceva, avevano legato molto nonostante la Regina la trovasse un po’ troppo pia e… come dire… epicurea (sì, non si può dire sfondata a una principessa di Francia anche se mangia quanto un porco), mentre Maria Giuseppina le piaceva meno: grossolana, ombrosa, beona, subdola e tutto sommato maligna non era esattamente un gioiellino di donna, riusciva a essere più mascolina del marito -per quanto la cosa non richiedesse grande applicazione- ma condivideva la golosità con Clotilde. Madame, alla quale dava un fastidio tremendo sentirsi inferiore, passava il tempo libero cacciando uccelletti con la rete e mettendoli in pentola. La povera Maria Antonietta non poteva far altro che sentirsi un po’ sola e desiderare di avere un’amica normale. Normale, che brutta parola… la normalità è un concetto che si adopera per insultare coloro che ci stanno antipatici… no, meglio dire riposante, mentalmente riposante soprattutto. Ecco, la Regina aveva deciso: le serviva un’amica oca, che non la assillasse di continuo per far avere il tabouret alle sue figlie o una partita di fazzoletti per il casaro giù al paesello. Non troppo ricca, come una Rohan, una Bouillon o una qualche Altezza Reale, ma nemmeno una popolana: una dama di buon lignaggio, meglio se antico perché la Regina di Francia non può andare in giro a far merenda con un’oca parvenue, ma col minimo sindacale di ducati e luigi per poter comparire a Corte e non di più. Ma dove trovare una persona così? Di certo non mettendo in agitazione tutta la Corte cercandola ufficialmente. No, impossibile.

All’improvviso un’idea brillante le balenò in testa. Brillante come se un cero penitenziale le si fosse acceso lì, nel punto preciso in mezzo agli occhi dove la cognata Maria Giuseppina aveva la giunzione delle sopracciglia! Si girò, cercò un viso nel gruppetto di donne che le seguiva -perché quando delle dame di rango passeggiano da sole hanno sempre almeno una decina di signore di contorno con loro- e si stizzì per averlo visto, in quanto a nessun titolo quella persona aveva il diritto di essere lì, ma allo stesso tempo fu contenta perché sapeva bene che sarebbe stata presente proprio perché non era il suo posto. Non fu difficile individuarla, la dama indossava un abito verde avogado decorato con veri grappoli d’uva fragola che spandevano attorno un gradevole profumo, e sulla parrucca aveva un trionfo di ananas, mangostani, pitahaya, carambole, rambutan, banane e kumquat.

– Contessa… – accennò la Regina.
– Maestà, cucù! – rispose Donna Sofia di Collegno, contessa di Savonera, detta Sofia ‘a Smargiassa.
– Contessa, i vostri modi sono come la voce di mia zia Madame Adelaide: non migliorano mai. Ditemi, ricordo male o voi siete stata la commentatrice ufficiale della cerimonia dell’incoronazione a Reims?
– Sicuro, Maestà. Nessuno come me avrebbe potuto rendere partecipe tutta la Francia degli avvenimenti e delle presenze sul Tapis Rouge!
– A tal riguardo, sapete come si fa per mettere un annuncio su Dama Moderna? Una mia amica pensava di cercare un animaletto da compagnia…
– Vostra Maestà ha delle amiche? Ma pensa…
– Madame! Non divagate!
– No, non vango…
– Contessa, basta! Lo sapete o no?
– Minkia, seguro!
– CONTESSA!!!!!
– Pardon, Maestà.

Maria Antonietta era esasperata, Donna Sofia sarebbe riuscita a far uscire dai gangheri anche il Mahatma Gandhi; quello che le dava più fastidio era vedere sogghignare Maria Giuseppina che ben conosceva le doti di charme della Smargiassa. Da una porta aperta si udì uscire una melodia suonata divinamente su un clavicembalo, e una voce argentina vi si accompagnava; la Regina e le sue dame ascoltarono rapite.

Butto la mia granita di cioccolata
Vengo con te
Metto la margherita più colorata
Nel tuo caffè
Dopodiché nuoto nel vino con te
Bionda gioco gioconda
Sulla carrozza che porti tu
Tonda la luna affonda con te nel blu
Balla con me
Tutta la notte con me
Matta-ta, che matta-ta
Sono tutt-ta matta-ta
Matta-ta, che matta-ta
Cotta-ta di te.

Il volto di Maria Antonietta divenne raggiante, fece perfino la boccuccia a cuore (per quanto possa farla una che ha un labbro inferiore di circa sei etti e mezzo di peso).

– Signore, qualcuna di voi sa chi sia la dama che canta? – Chiese la Regina al suo seguito.
– Minkia, seguro! Si tratta di Yolande Martine Gabrielle de Polastron, contessa de Polignac e marchesa de Mancini.

Maria Giuseppina non riuscì a trattenere un commento non esattamente comme il faut:

– Me cojoni… c’ha le pezze al panier!

Maria Antonietta esibì nuovamente la boccuccia a cuore:

– Contessa… lasciate perdere l’annuncio…

Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 51

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Il sole splendeva alto nel cielo, fulgido e potente come se fosse stato revisionato a dovere per l’occasione. I suoi caldi raggi baciavano il piazzale antistante la Cattedrale Metropolitana di Nôtre-Dame de Reims, dove la gente andava affollandosi fin da prima dell’alba per assistere all’evento culminante di ogni regno, il più importante in senso sociale, in senso cerimoniale, in senso mistico e religioso, e soprattutto nel senso del lusso, dello sfarzo e dello splendore di quel meraviglioso baraccone sferragliante e dorato che è la monarchia.

Gli ordinatissimi suddetti raggi di sole insistevano particolarmente nel posare i loro bacetti su una lunghissima passatoia color rosso cardinale, nuance Pinot Nero Grand Echézeaux del Domaine de la Romanée-Conti anno 1759, che risaltava maggiormente sui tessuti violetti e azzurro cobalto ricamati d’oro che adornavano la chiesa perché in nessun cerimoniale, dall’epoca di Clodoveo in giù, si poteva trovare che fosse mai stata usato un colore simile per quel genere di eventi. Vi era un’altra cosa assolutamente inusitata, sul lato della piazza opposto alla chiesa era stato eretto un grande palco sopra il quale diversi striscioni con le parole “Qui”, “Que”, “Quoi” garrivano al vento; sul palco era state sistemati due divani e un’enorme poltrona. Davanti alla poltrona, al centro esatto del palco, si ergeva impavido un telescopio con un’aria da Rodomonte.  Sulla poltrona dietro il telescopio si spatasciava in tutta la sua opulenza Donna Sofia di Collegno, contessa di Savonera, nota ai più come Donna Sofia ‘a Smargiassa.

Agli angoli del palco quatto valletti in livrea color melanzana stavano in piedi davanti a delle grandi trombe di ottone poggiate su dei pali.

Donna Sofia si avvicinò al cannocchiale e scrutò a lungo l’interno della cattedrale, poi salutò la folla che si era radunata sotto il palco.

– Buongioooooooooooorno Reims! È la vostra amata Sofia che vi parla, in questa festosa domenica mattina. Saluto innanzi tutto i nostri pretonzoli che dalle sei del mattino hanno occupato il coro! Salutiamo anche Sua Eminenza l’Arcivescovo di Reims che è con loro, assieme al suo seguito di cardinali e pretoni di grossa stazza. Un augurio di buon risveglio anche ai nostri amanti delle vita comoda, che arrivano mezzora dopo: Monsieur, Monsieur il Conte d’Artois, Monsignori il Duca d’Orléans e di Chartres, e Monsignori il Principe di Condé e il Duca di Borbone!

Mano a mano che Sofia parlava i quattro valletti approfittavano delle sue pause per ripetere gridando le sue parole nei grandi portavoce d’ottone, in modo che potessero essere udite distintamente in tutti gli angoli della piazza. Due persone si fecero largo tra la folla, aiutate da due uomini della guardia svizzera che fecero loro largo fino al palco; la Smargiassa fece cenno perché li aiutassero a salire accanto a lei.

– Diamo il benvenuto anche ai miei ospiti d’onore, mademoiselle Rose Bertin e monsieur Léonard. Prego, amici miei, prendete pure posto sui divani.

– Grazie, mia cara. Ma ditemi, come mai noi siamo qui alle sei e mezza se tutto il corteo andrà a svegliare il Re solo tra mezzora? Non sarebbe stato più urbano farci arrivare a cerimonia iniziata? – chiese Léonard mentre si accomodava sul divano alla sinistra del palco.

– Non vi preoccupate, per il vostro sonnellino di bellezza bastano solo pochi secondi. Ora attendiamo che il corteo porti il Re alla cattedrale. Credete che Sua Maestà indosserà la veste tradizionale, mademoiselle? – chiese Sofia a Rose Bertin.

– Non mi parlate di quella cosa, D’ACCORDO! È orrendamente fuori moda, in uso dai tempi di Ugo Capeto e si vede, la sola cosa che perdono è che fatta di materiali preziosi, ma fa sembrare tutti grassi. E a me le persone grasse mi fanno schifo! D’ACCORDO?

– Rose, comare mia, trovo sicuramente discutibile la camiciola di quel colore rosso “polipo alla Luciana”, ma almeno la sopravveste in tela d’argento è socialmente presentabile. Però il cappellone nero con le piume fa tanto Zorro vestito a festa, e i diamanti potrebbero benissimo essere recuperati e rimontati in maniera più intrigante e moderna.

– Ah, che orrore! Forse suo nonno sarà stato bene conciato a quel modo, ma il nostro Re, per quanto sia un bravo ragazzo, ha la grazia e l’eleganza di una zucca chioggiotta in una gioielleria.

L’attenzione del trio si spostò sul gruppetto che arrivava a piedi con un cavallo bianco condotto a mano, magnificamente rivestito da una gualdrappa di stoffa d’argento. Il gran priore dell’abbazia di Saint-Rémy indossava una cappa d’oro, e portava la santa ampolla che la leggenda voleva consegnata dalla colomba dello Spirito Santo direttamente a Clodoveo; due araldi conducevano a piedi la cavalcatura, mentre quattro gentiluomini reggevano ciascuno un angolo di un baldacchino della stessa stoffa d’argento usata per il cavallo; ai quattro angoli cavalcavano quattro signori nominati dal Re come ostaggi della santa ampolla preceduti ognuno da un’insegna che portava le armi della casata di appartenenza e quella di Francia e di Navarra. Léonard era pensieroso:

– Scusate, ma secondo voi perché tutto questo dispiego di forze solo per portare la boccetta dell’olio santo?

– Guaglio’, non so voi, ma se io avessi in mano l’oggetto che rende possibile tutto ‘sto teatro e il giro di soldi che gli va dietro credete che lo darei via così a cuore allegro? – rispose allegra Donna Sofia. – Piuttosto, perché il disegno di quella stoffa d’argento mi sembra familiare?

– Perché l’avete vista anche voi, mia cara. Pensateci un po’, vi do tempo fino alla fine della cerimonia – rispose m.lle Bertin.

– Scusate, ma mentre noi parliamo il re ha già dato la spada di Carlo Magno al Conestabile, e dopo aver boccheggiato bocconi a fianco dell’arcivescovo si è rialzato. Adesso si inginocchia davanti al pretolone che si è seduto in poltrona. – Donna Sofia scrutava l’interno della cattedrale col cannocchiale. – Il pretolone adesso sta facendo la vinaigrette… che voglia mangiarsi il re?

– No, che orrore! Non vorrete mica che mangi qualcosa di così grasso, spero!

– Però sta ungendo il re in un sacco di posti, scommetto che lui non sapeva di averne così tanti. Ecco perché aveva tutti quei buchi sulla sottoveste. Sulla testa, tra le spalle, sul petto, su ciascuna delle spalle e nell’incavo di ogni gomito…

– Lasciate perdere i dettagli di macelleria, contessa. Proseguite il racconto. – disse Léonard.

– Ora gli sistemano i buchi. Che chic, sono lacci d’oro quelli? E adesso lo vestono. Devono aver paura che prenda freddo, gli stanno mettendo due tuniche e il mantellone con la pelliccia… ma è una mania, questa di stare in ginocchio davanti all’arcivescovo, uno potrebbe anche pensare male, eh? E adesso gli unge pure le mani. Non è che stanno cercando di dirci qualcosa? Gli sta dando anche un anello!

– Contessa, a cuccia – ammonì Rose Bertin.

– Ma su, sarebbe carino, così davanti a tutti. Viviamo in tempi moderni, svecchiamoci un po’. Dico male, cara Rose? Ecco, non so se la regina gradirebbe, ma chi vivrà vedrà. – Donna Sofia era ilare, lei aveva ripetuto quella scena con un sacco di comprimari diversi.

Nel frattempo il guardasigilli, al posto del cancelliere, aveva chiamato i dodici pari uno per uno alla bisogna, e quando l’arcivescovo posò la corona di Carlo Magno sulla testa di Luigi XVI tutti si avvicinarono per reggergliela con una mano.

– Uh, povera… la regina si sente male. Vi avevo detto, Rose, che non avrebbe gradito molto… ma attenzione, attenzione… accompagnato da un volo di uccelli il re esce sul sagrato.

La folla entusiasta accolse Luigi XVI in maniera più che calda, con amore ed entusiasmo. Tutti piangevano, tutti gridavano, tutti sparavano mortaretti come a Piedigrotta. La città era piena di archi di trionfo, di divise, di emblemi, di colori e di gente urlante di gioia. C’erano perfino 2400 scrofoluti che aspettavano la palpatina reale, di quelle che una volta erano un rimedio sicuro e che adesso, con i tempi di svalutazione correnti, forse sarebbero potute magari servire a qualcosa.

Il corteo reale si mosse verso il palazzo del Tau per il banchetto, e la folla cominciò a sciamare per tutta Reims. Donna Sofia, Léonard e m.lle Bertin stavano lasciando il palco, quando Sofia schioccò le dita e girandosi verso Rose le chiese:

– Scusate, ma non mi avete ancora detto la soluzione del mistero. Perché dovrei conoscere la stoffa del baldacchino?

– Contessa, c’eravate anche voi quando abbiamo rifatto il guardaroba a Madame, no? Non mi direte che avete dimenticato la sottogonna che le abbiamo sequestrato!

Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 50

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Il sole illuminava discretamente una piccola sala negli appartamenti intimi della Regina, il Cabinet Doré; su un tavolo troneggiava imponente ed esibendo un’aria da rodomonte un servizio da tè in porcellana di Limoges, rosa pompadour rialzato d’oro, decorato con dei medaglioni raffiguranti delle scene di festa campestre. Marie-Antoinette stava sorbendo la sua tazza d’infuso esotico assieme alle cognate, e Madame decantava i benefici del tè alla russa.

 – Non avete idea di quanto bene faccia. Invece di versare nella tazza una nuvola di latte ci dovete mettere qualche goccia di vodka…

– Qualche goccia? Il vostro tè è chiaro come l’acqua, Madame… interruppe dubbiosa la regina.

– Dettagli! Dicevo, mettete un po’ di liquore nel tè, poi prendete un cristallino di melassa e lo tenete tra i denti, poi bevete con calma un sorso alla volta. Vedrete che quando avrete finito il mondo cambierà prospettiva.

– Sì, ne vedremo due! Commentò la Contessa d’Artois.

 Si udì un leggero grattare alla porta, e una voce disse: “Cam Pan! Cam Pan!”. Le principesse si guardarono stupite, ma la Regina spiegò:

 – Non fateci caso, è la mia lettrice che si diverte con poco. Entrate, madame.

 La porta si aprì, e m.me Campan entrò con fare servile e confidenziale per avvicinarsi a Marie-Antoinette e annunciarle in maniera vagamente da cospiratrice:

 – Madame, le persone che Vostra Maestà ha convocato sono arrivate.

– Molto bene, fatele entrare.

– Ai vostri ordini, Madame. Cam Pan! E uscì a passi felpati, per rientrare poco dopo accompagnata da una donna non troppo alta, rotondetta e pienotta, sepolta sotto una cascata di volani e falpalà, con una fisionomia un po’ troppo ordinaria ed una capigliatura bionda innaturale. Al suo fianco si ergeva un uomo più alto di lei, magro e grifagno, con un gran naso e pochi capelli ma con una parrucca monumentale, il cui abito era letteralmente oberato di fiocchi e nappine ovunque fosse possibile metterne. La donna prese la parola per prima, con fare leggermente sfrontato:

 – Madame, ho l’onore di essere la consigliera d’immagine della cugina di Vostra Maestà, la Duchessa di Chartres; il mio nome è Rose Bertin. Mademoiselle Bertin.

– Io ho l’onore di essere Léonard, Madame. Architetto teatral-tricologico.

 Le tre cognate si guardarono, un po’ sorprese dai modi non troppo urbani di quel singolare paio di sedicenti artisti, ma prima che potessero aprire bocca, m.lle Bertin si rivolse alla Contessa di Provenza:

 – Madame, perdonate ma… come vi vestite? Sua Maestà è passabile, ma il vostro abito… questo è l’abito che mettete quando andate a caccia di uccelli in qualche palude? Vi dovremo risistemare signora mia: perché le persone GRASSE mi fanno SCHIFO! Via tutta quella ciccia, via quei rotoli ORRENDI! Via tutti quei MENTI! Li vendete, per caso? Vi servono perché fate la mentitrice? NO!! E ALLORA? VIA QUELL’OBBROBRIO! D’ACCORDO?

– Rose, comare mia, ma guardate che disastro di buon gusto è Madame la Contessa d’Artois… to’, che strano, quando siamo partiti da Parigi il tempo era splendido! Mentre Léonard parlava un tuono faceva tremare i vetri della stanza e nel cortile si udirono nitrire furiosamente dei cavalli. M.lle Bertin si mise i pugni sulle anche, batté fragorosamente il piede e con tono perentorio disse, indicando ognuna delle tre donne col dito:

 – Voi, voi e anche voi: domani voglio vedere i vostri guardaroba al completo, compresi gli accessori e i gioielli. D’ACCORDO? Poi noi decideremo che cosa fare del vostro modo di apparire. I vostri abiti fanno troppo puttanon de Genlis du paravent, disse guardando la Contessa d’Artois.

– E cioè? Chiese Maria Giuseppina.

– Ma volgare arrivista, no? Ribatté Rose Bertin con stizza.

– Rose, che dite? Bollicine? Chiese Léonard, armeggiando con la sua parrucca, dalla quale estrasse un secchiello pieno di ghiaccio contenente una bottiglia di champagne e due calici.

– Ça va sans dire.

 Dopo aver brindato tracannando il contenuto dei loro bicchieri fecero una riverenza piroettante ed uscirono, lasciando basite le tre donne.

La mattina seguente la Regina e le sue cognate si recarono nel salotto di quelli che erano stati gli appartamenti della contessa Du Barry, dove trovarono Rose Bertin, Léonard e tre grosse ceste colorate. Lungo le pareti erano appesi in fila numerosi abiti appartenenti ad ognuna delle tre donne, e una ciascuna delle loro cameriste li stava passando ordinatamente a m.lle Bertin.

 – Signore mie, buongiorno! Non perdiamo tempo, d’accordo? D’ACCORDO? Oh, adesso vedremo di rimediare al disastroso stile dei vostri abiti, e per cominciare faremo una cernita.

– Una cernia? Chiese Maria Giuseppina. M.lle Bertin la investì:

– Madame, quando mi guardate con la bocca aperta lo sembrate davvero! Adesso DOVETE… ma che dico, dovete? DEVO eliminare almeno nove abiti su dieci dei vostri. Nel cestone bianco metteremo tutto quello che potrete ancora usare, in qualche maniera; in quello grigio le cose che possono servire per farne qualcosa d’altro; in quello nero tutto quello che non merita di vedere mai più la luce del giorno. D’accordo? E questo vale per tutte e tre, non crediate di cavarvela voi due lì in fondo! Disse rivolgendosi alla Regina e alla Contessa d’Artois. Léonard si avvicinò, reggendo in mano un corsetto in moiré di seta verde con riflessi dorati.

– Altezza Reale, che cosa codesta cosa, di grazia?

– È un regalo di mio marito, lo metto sempre quando pranziamo assieme.

– È per quello che ha ancora il cartellino del prezzo? Che orrore, datelo alle capre! Urlò Rose, gettandolo nella cesta nera.

– E questo? È la gualdrappa di un tapiro?

– Veramente sarebbe la mia gonna fortunata…

– Guardate che vita fate e andatene fiera! Via, per carità.

– Madame, perché avete due gerle ricamate di filo d’oro? Domandò Léonard perplesso.

– Quello è il reggiseno di rinforzo dell’abito di gala, quello che dovrò indossare il giorno dell’incoronazione del Re.

– Siete sicura che il defunto Re non sia morto perché glielo avete mostrato, invece che di vaiolo? VIA QUELL’OBBROBRIO! D’ACCORDO?

– E questo vaso da fiori? Perché è tra i vostri abiti?

– Sarebbe un cappello per quando vado in carrozza, veramente…

– VIA DA ME! È maledetto! Kyrie Eleison, Yvi Sancti Laureni, Pauli Poiretti, Regina Cœli Schrecker, protego maxima, scial scial scialanda! Léonard era visibilmente sconvolto, e gesticolava mente recitava la giaculatoria lanciando il cappello di Maria Giuseppina nella cesta nera.

– Dico, ma questo tripudio di mussolina con le trine che cosa pensate di dirci che è?

– È una sottogonna, cuerpo de una balena! Esplose Maria Giuseppina esasperata.

– Léonard, voi credete che potremmo ricavare qualche cosa da questa qui?

– Dalla Contessa di Provenza?

– Ma no, dalla… sshhh… dalla ssssssohhhh… non riesco a dirlo. Da quell’affare che avete in mano. Disse Rose mentre strappava la sottogonna a Léonard per gettarla nella cesta grigia.

Terminata l’ecatombe i due creativi presero Maria Giuseppina per mano e la portarono accanto ad una specie di grossa bambola che era stata vestita a festa per l’occasione.

 – Ecco Altezza, questo è un modello che vi proponiamo come abito da giorno; metterà in risalto il vostro incarnato, visto che con tutta quell’adipe mostrate ettari di pelle. Ve l’ho già detto che le persone grasse mi fanno schifo? Prendete nota, meglio. Per cercare di mimetizzare le vostre sopracciglia ursine abbiamo pensato ad un frangé de chemin de fer de tirabouchon

– A un che? Interruppe spaventata Maria Giuseppina.

– Una veletta, no? Capra! Spiegò Léonard.

– … la veletta si accompagna a un composé

– Eh?

– Un vestito, zucchina!

– Ah…

– … non attillato per ovvi motivi, in colore merde de oie qui mange les poix en fricandò

– Eh?

– Verde pistacchio, ma insomma…

– Ah…

– … su un panier non convenzionale fatto espressamente in vieille cuvée de bois de boulogne du camembert

– Eh?

– Un barile di legno di rovere stagionato, santa polenta!

– Ah…

– … decorato artigianalmente con un motivo imprimé in goffratura di animal foot steps

– Eh?

– Ci abbiamo fatto passare sopra i cani del Re al rientro dalla caccia, no?

– Ah…

– … impreziosito da degli zatteroni de roulette de rien ne va plus de waka waka

– Eh?

– Ciabattone da mare, mamma come siete ignorante!

– Ah…

– … quindi, ora potete farlo togliere dal plexi

– Eh?

– Fantoccio, ne avete sposato uno.

– Ah…

– … e provarlo.

 Rose aveva fatto tutta la sua tirata senza curarsi che qualcuno la seguisse, l’importante era dimostrare al mondo quanto lei fosse chic e alla moda, moda che peraltro aveva origine da lei, e che alle volte Léonard interpretava per i comuni mortali. Maria Giuseppina stava dirigendosi verso il bugigattolo dove avrebbe dovuto provare l’abito quando la porta si aprì di scatto, e come la Venere della botticella che esca da un soufflé di impepata di cozze, Donna Sofia la Smargiassa emerse dall’ombra sollevando le braccia spalancate in un gesto ampio e civettuolo.

 – Cucù, Altezzuccia! Visto che buttate un po’ di straccetti posso andare a vedere se c’è qualche cosa che mio possa stare? Tanto già c’è la sarta, me li posso fare ridurre: da un vestito me ne verranno fuori quasi due!

 Maria Giuseppina vide in pochi istanti tutta la sua vita passarle davanti, mentre Donna Sofia si lanciava sulla cesta nera come un avvoltoio plana su una carogna. Vi tuffò dentro la testa, incurvata come se si stesse per buttare giù dal davanzale della finestra, e mentre stava tirando fuori quella che sembrava una manica col bordo di pelliccia di volpe si rese conto che la manica si muoveva. E che c’era una parrucca pochi centimetri più in là. Katz Rex, Graf auf und zu Katzenham, si stava provando il reggiseno d’oro di Maria Giuseppina in guisa di berretto da notte, e guardava la sua antagonista con fare sornione.

Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 49

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Era una giornata buia e tempestosa, il lampo continuava a squarciare l’oscurità, i cavalli nitrivano spaventati, il tuono rimbombava in tutti i corridoi della reggia di Versailles, e Madame Sophie si nascondeva sotto tutti i divani che le capitavano a tiro, pregando in lingue morte da molto tempo che la tempesta passasse. La situazione nella quale si trovavano lei e le sue sorelle Adélaïde e Victoire avrebbe spaventato perfino un drappello di monatti manzoniani.

Il Delfino e la Delfina erano in una saletta da soli, Marie-Antoinette sfogliava distrattamente un libro cercando di far finta di leggere per darsi un tono, mentre suo marito rigirava una carta geografica su un tavolo provando a organizzare un percorso di caccia a Fontainebleau per i prossimi giorni. Un rumore attirò l’attenzione di entrambi.

– Madame, udite? Non è un tuono, è come…
– Pare un brontolio sordo e profondo, sembra di ascoltare in distanza un galoppare di cavalli nella foresta.
– Sembra il mormorio di una folla, ma molto più forte.
– Mi fa un po’ paura, non sembra naturale.
– Non temete, Madame. Sono qui con voi.
– Eh, mi avete detto un prospero… il rumore si avvicina.
– Che cosa sarà? Sembrano dei carri in corsa sull’acciottolato della corte.
– No, è proprio una folla.

Dei colpi si abbatterono all’improvviso sulla porta, in maniera violentemente educata; dall’esterno una voce di donna e una di uomo gridavano assieme:

– Aprite, aprite, sbrigatevi! Aprite, o andremo a cercare aiuto. Aprite, giovani sposi, o sfonderemo la porta.

La paura s’impadronì della Delfina:

– Amico mio, non aprite.
– Non temete, non temete.
– Oh cielo, la porta cede. Io muoio dal terrore.

La porte cedettero sotto i colpi e l’intero stato maggiore della Corte, capitanato dalla dama d’onore della Delfina e dal duca de Duras, Primo Gentiluomo di camera del Re in servizio, si riversò vociando all’interno.

– Che il Cielo… elo… elo… sia benedetto, arriviamo… amo… amo… in tempo.
– Che cosa vogliono da noi tutti questi qui? Sbottò il Delfino.

Madame de Noailles fece una riverenza profonda a Marie-Antoinette prima di impossessarsi dell’orlo della sua manica sinistra, altrettanto fece il duca de Duras impadronendosi però della manica destra del Delfino.

– In carrozza, in carrozza, Maestà! Presto in carrozza.
– In carrozza… ozza… ozza…, Maestà! Presto in carrozza!
– A Choisy volate di gran carriera, dovete essere velocissimi. Sua Maestà Luigi XV ha stirato le zampine, e il Re non può restare qui a prendersi il contagio.
– A Choisy volate… ate… ate… di gran carriera… era… era, dovete essere velocissimi. Sua Maestà Luigi XV ha stirato… ato… ato… le zampine, e il Re non può restare qui a prendersi il contagio.
– La Francia v’invita a non essere riottosi, non vi si può lasciar tranquilli a meno di una partenza immediata.
– La Francia… ancia… ancia… v’invita a non essere riottosi… osi… osi…, non vi si può lasciar tranquilli… illi… illi… a meno di una partenza… enza… enza… immediata.

Il Delfino aveva capito e si riscosse dallo sbigottimento, e Luigi XVI parlò:

– Miei buoni amici non dimenticate che siamo Re e Regina solo da un istante.
– Che ce ne importa? Dovete partire: bisogna andarsene o morire.
– Che il Cielo abbia pietà, siamo ancora dei bambini! Gridò Marie-Antoinette.
– Anche se siete svegli come due tombini… ini… ini… non è il momento di parlarne ora, v’insegneremo tutto… utto… utto… poi, asserì perentoria madame de Noailles.
– Allora va bene. Partiremo tutti: noi, i miei fratelli, le loro mogli e le zie.
– E sia, ma sbrigatevi e muovetevi.
– E sia, ma sbrighiamoci… oci…oci… e muoviamoci!

Luigi XVI iniziò a impartire ordini frettolosi:

– Fate uscire zia Adélaïde.
– È uscita Madame Adélaïde.
– Fate partire zia Victoire.
– È in carrozza anche Madame Victoire.
– Scovate anche mia zia Sophie!
– Madame Sophie eccola lì!
– Cercate il Conte d’Artois!
– È già scappato un’ora fa.
– Assieme alla Contessa d’Artois? Prima che il re riuscisse a chiudere la bocca scoppiò un tuono violento, i cavalli nitrirono in tutta la Grande Scuderia, e un lampo illuminò tutta la Cour de Marbre.
– Presente! Io sarebbi anche partita, se mio sposo me lo avresse detto, esclamò Maria Teresa in un francese stentato. Il nervosismo e l’isteria della folla di cortigiani proruppero in una generale risata tonitruante e lunghissima, alla quale si unirono anche il Re e la Regina. Una volta ripreso fiato, Luigi ricominciò a fare l’appello:

– Ho dimenticato il nuovo Monsieur e la nuova Madame.
– I nuovi Monsieur e Madame hanno già la valigia in mano.

All’improvviso esplose un carillon di tuoni che sconvolse il gruppo; stranamente si udì nello stesso tempo un risuonare di corni da caccia accompagnato da un latrare di cani, e un profumo di acqua di lavanda e fiori d’arancio invase pesantemente la stanza: in un baluginare di lampi, di fumo di polvere da sparo e una nuvola di cipria apparvero due figure semi-evanescenti. Una grossa donna corpulenta in abito da caccia, con una parrucca maschile tutta sospinta di traverso, e un uomo dalla parrucca corvina, che compensava la sua piccola statura con delle zeppe trampolate, sommerso sotto una profusione di fiocchi e di gioielli.

– Eine nuofa Madame? Io defo federla!

Marie-Antoinette si sentì venire meno vedendo gli spettri, ma ebbe la forza di dire:

– Perdonate, ma vedo una vaga rassomiglianza, Madame, con i quadri sopra la porta dell’Oeil-de-Boeuf… sareste per caso…?
– Ma come, “vaga”? Io sono la tua bisnonna! Gridarono i due spettri in coro, poi lo spettro coi fiocchi si corresse al volo: “No… sono tuo bisnonno, la bisavola è lei… tra di noi mi confondo sempre, deformazione professionale”.
– Fi l’horrerur… esalò Marie-Antoinette.
– Ah, Madame! Guardate la nipote di vostra figlia come manca all’etichetta! Signori, il rispetto se ne va! Protestò lo spettro di Monsieur Philippe.
– Non posso che essere d’accordo con la Vostra Trapassata Altezza Reale… ale… ale… il degrado generale… ale… ale… dei costumi è tale da fare impallidire… ire… ire… quello della Reggenza, disse M.me de Naoilles.
– Madame, attenta a come parlate di mein figliolen! La redarguì lo spirito di Liselotte.
– Dunque voi sareste gli spiriti del fratello di Luigi XIV e di sua moglie? Chiese Luigi XVI.
– Ja gut! Foi in effetti siete il nipote del tris-nipote di mio cognato -disse Liselotte-, e… anche il mariten della nipoten di nostra figlia.
– Madame, se è per quello è anche il nipote del figlio della figlia di mia figlia; ed è anche il cognato della nipote della sorella di suo suocero. E due volte, perfino!
– Sehr gut, ma allora è anche due volte cognato delle seconde cugine di suo nonno paterno… ach, so. Voi, laggiù nell’angoletten… quello con la faccia da orologio a cucù: ein passo avanti. Marsch! Disse Liselotte, rivolgendosi al duca de Penthiévre, che le si avvicinò abbastanza intimorito. Monsieur Philippe prese di nuovo la parola, forte della sua conoscenza delle genealogie di tutte le casate di Francia.

– Vedo mio fratello nei vostri occhi, sareste dunque…
– Ho l’onore di discendere dal Gran Re, seppure con la marca infamante del duplice adulterio.
– Argh! Ein bastardo! Il figlio della kakken di topo, del rospo di Tolosa!
– Purtroppo sì, Madame, ma ho sempre adottato un basso profilo sapendo stare al mio posto; in ogni caso ho anche l’onore di essere pronipote di vostro marito, perché fratello di mio nonno paterno.
– Vostra nuora è quella che sviene sempre? Siamo anche parenti suoi: siamo i nonni di sua zia di terzo letto; e giacché ci faccio caso, vostra moglie era la figlia del nipote della figlia di nostro figlio, quindi siamo i trisavoli della suocera della nipote del figlio di nostra figlia. Ma non trascuriamo i nostri doveri: noi siamo apparsi perché vogliamo vedere i nostri successori, i nuovi Monsieur e Madame. Dove sono?
– Stanno salendo in carrozza… ozza…. ozza…, dato che le Loro Maestà debbono raggiungerli… erli… erli… possiamo procedere attraversando gli appartamenti… enti… enti… di Mesdames Tantes, di modo che le Vostre Trapassate Altezze possano vederli dalle finestre.
– Ach, so! Tutta la Corte: fianco sinist, sinist! Avanti, marsch! Un due, un due, un due… passo! Comandò lo spirito di Liselotte.
– Madame super-nonna, da quando avete conoscenze militari? Chiese la Regina.
– Mia cara, tetesca una volta, tetesca per sempre!

Tutti si spostarono a passo di carica attraverso i muti corridoi del castello, fino ad arrivare alla parte di nord ovest del corpo centrale del castello e mentre la vallettaglia apriva gli scuri la Regina vide un’enorme berlina verde e gialla che attendeva davanti alle porte che davano sul giardino.

– Monsieur de Duras, vorreste farci partire con quel baraccone verde e giallo che è grosso come una balena? Giusto per non farci notare lungo la strada, immagino…
– Maestà, non ho trovato di meglio, temo.
– Ah, per carità!

Monsieur Philippe si avvicinò alla moglie, col labbro superiore leggermente arricciato in un’espressione di disgusto; indicava fuori della finestra con una mano pesantemente ingioiellata: tutta la sua fisionomia faceva pensare che avesse appena addentato a piene ganasce un limone ammuffito, se solo per uno spettro fosse possibile.

– Madame! Che cosa sono quelle due… cose?
– Ach, santen kakken! Maestà, ma voi riuscite a capire da che parte stare il dritten e il rofescio di fostro fratello e di fostra cognata? Era una desolata Liselotte che si rivolgeva al Re.
– Madame, in verità vi dico che fanno tutto sempre da soli e mi risparmiano la fatica; altrimenti non sarei in grado.
– E warum hanno al seguito eine botte su delle piccole gambe?
– Ehm… quello è mio fratello il Conte di Provenza…
– Oh, per tutte le frasche di Fontainebleau… sangue mio, come siete malmesso!