Archivi categoria: Racconti e deliri

Domenica d’agosto

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casalinga-disperata-a25144162La cottura a vapore è etichettata come una delle più dietetiche, e soprattutto per una delle più sane: allora perché un’estate a Rovigo è insopportabile proprio perché sembra di vivere in un’immensa vaporiera? Una media del 95% di umidità nelle ore meno calde, il sudore che t’imperla perfino i lobi delle orecchie creandoti degli effimeri orecchini scintillanti, la pelle mutata in carta moschicida che t’incolla addosso i pochi abiti che indossi ti fa immaginare come ti saresti potuto sentire dopo essere uscito dalla Casa della Bellezza se fossi morto nell’antico Egitto; la ritenzione idrica ti trasforma le dita in tanti xiao mai ancora crudi, con la pastella appiccicosa e molliccia; quando rassetti casa con addosso solo le mutande (per pura concessione alla pudicizia malintesa di tua sorella) e mezzo rotolo di scottex casa avvolto in testa per scimmiottare la Mamy di Via col vento per evitare che il sudore ti coli negli occhi accecandoti, e quindi tanto vale farlo come un clown per tirarti su, accogli senza esitazione alcuna la proposta imprudente: “Se tu fai da mangiare io stiro”. Imprudente per lei, ovviamente: io non stiro mai perché le mie tre Muse -Noia, Pigrizia e Accidia- me lo vietano, figurarsi poi se lo faccio con 36° all’ombra.

Mia sorella, che da quando avevo quindici anni ho soprannominato “La Merdaccia” in un eco fantozziano, è una patita dalle diete; giunonica, ma di ossatura larga tanto da essere dotata di polsi grossi quanto i miei pur essendo una donna e alta venti centimetri meno di me, ha poco peso superfluo da smaltire, ma si affida costantemente al libro della dottoressa Tirone, alla dieta delle uova di Mani di Fata, a quella dei cetrioli in salmì di Intimità, a quella del fegato ai ferri di Rakam, e ultimamente a quella del petto di pollo: abbiamo il congelatore invaso da microporzioni di carne di quel colore improbabile tra il rosa chiaro e il giallognolo, proprio del pollo allevato in batteria che non vede mai né la terra e i vermi e i sassolini, né la luce del giorno, né una dormita decente. Lei acquista carrelli pieni di confezioni famiglia di fesa perché costa meno, poi li riduce in piccole porzioni dal peso preciso, mi pare 130 gr. ciascuna, e le impacchetta una per una con la pellicola trasparente; molto sono composte da brandelli minimi, resti dei tagli dei pezzi più grandi, assommati fino a raggiungere il peso previsto perché anche del pollo non butti via nulla, come del maiale. Lavorare di coltello le riesce semplice, fa il veterinario ed è anche brava come chirurgo (ammetterlo è una fatica, ma è così).

Metto la bistecchiera sul fuoco, apro lo sportello del congelatore e mi trovo davanti al solito spettacolo grandguignolesco: mia sorella congela tutto, senza eccezioni. Sul primo ripiano ci sono delle fette di gorgonzola, la sua migliore amica gliene ha regalata una mezza forma, e lei ha provveduto a inumarla in tante piccole bare di domopack. Sul secondo ripiano ci sono le verdure, cotte o crude poco importa; c’è perfino un sacchettino che contiene delle more raccolte l’anno prima al mare, hai visto mai che non possano tornare buone in futuro? Dal terzo ripiano una moltitudine di palline di un’improbabile tinta smorta mi fa l’occhiolino, con lo sguardo annebbiato dalla brina del freezer: poverine, che vita grama. Mi accorgo di una più piccola delle altre, un rimasuglio ma di un rosa più vivo. La prendo per curiosità, e gliela porto: “Come mai questa è più piccola delle altre?”. Lei si gira, trasecola e me la prende di mano: “No, questo è l’utero della gatta che ho sterilizzato la scorsa settimana, lo avevo messo da parte per fartelo vedere”. “La prossima volta avverti, o mettici un biglietto: stavo per cucinarlo”.

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Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 54

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L’estate nell’Île-de-France era capricciosa in quell’anno 1775, tuttavia per una forma di riguardo verso il figlio primogenito della Chiesa le ultime giornate di agosto si lasciavano ammirare e godere in tutta la magnificenza della loro calda e lussuosa opulenza. Tripudi di farfalle e imenotteri di qualsiasi forma e dimensione folleggiavano senza sosta sotto i cieli azzurri, mentre il sole splendeva a larghe falde e le murene si muovevano a frotte per la Cour du Cheval Blanc: eleganti, sinuose, nobilissime e orribilmente orgogliose del sangue blu regalatogli dai loro avi e dei propri panier nuovi fiammanti: non è mai esistita un’accolta di gente più pericolosa e più scintillante dei cortigiani di Versailles.
Luigi XVI e tutta la famiglia reale agitavano i fazzoletti bianchi in direzione di un lungo serpente di carrozze che si muoveva lento e maestoso lasciandosi Fontainebleau alle spalle, puntando indefinitamente verso il sud: le vetture e un’enorme chiatta trasportavano Madame Clotilde ed il suo seguito verso Chambéry per la cerimonia della rémise: laggiù finalmente Sua Altezza Reale le Gros Madame avrebbe smesso (per quanto possibile a parole) ufficialmente di essere la sorella de re di Francia per diventare la Principessa di Piemonte.
Il cornac incitava gli elefanti che trainavano la chiatta cantando delle strofe di viaggio:

It’s a long way to Tipperary,
It’s a long way to go.
It’s a long way to Tipperary
To the sweetest girl I know!

Madame Clotilde batteva il piede a ritmo, e si unì al cornac cantando a modo suo:

Goodbye, Fontainebleau.
Farewell, Choisy-le-Roi!
It’s a long long way to… Chambérary,
But my heart’s right there.

Madame de Marsan, Governante dei Figli di Francia ed affezionatissima alla principessa, era stata graziosamente sollecitata dalla regina in persona ad accompagnarla nel penultimo viaggio: in realtà Maria Antonietta sarebbe stata felice di sbarazzarsene per sempre e che quello fosse l’ultimo viaggio (in senso buono, per carità) di m.me de Marsan, ma si accontentava del penultimo.

– Madame, contegno. Con tutto il bene che vi voglio, questa non è una canzone adatta a voi.

M.me de Marsan era seconda solo a M.me de Noailles nel saper usare l’etichetta come un machete, ma era molto più simpatica: non che questo fosse un grande primato, essendo come scegliere tra la pece bollente e il sale sulle piaghe. E per la gioia dei più buoni, nei giorni seguenti si sarebbero messi in viaggio anche Monsieur e Madame, i Conti di Provenza, perché passando per le stesse tappe dopo la Ciccionilde sarebbero apparsi più magri.

Una volta giunti a Chambéry tutto si svolse secondo quanto stabilito dall’etichetta: la rémise fu fatta sul Pont des Voisins, che è metà territorio francese e metà sabaudo; i nemici della sposa erano da un lato, e quelli dello sposo dall’altro. Svestire Gros Madame per farle abbandonare tutto ciò che potesse essere francese fu un lavoro considerevole ma qualcuno doveva pur farlo, e non fu mai arduo quanto rivestirla una volta dall’altra parte del ponte: il personale di Versailles era abituato da lunghi anni di pratica, i piemontesi no; dalla loro avevano solo una discreta abilità circense che gli permetteva di alzare tendoni da circo in dimore signorili ad ogni occasione. Terminata la cerimonia la principessa appariva commossa, forse perché sapeva che dopo non molto tempo avrebbe incontrato la suocera, Maria Antonietta di Spagna, che sua cognata la Contessa di Provenza chiamava familiarmente mamita.

L’arrivo a Torino si svolse in gran pompa, Vittorio Amedeo III aveva un leggero complesso di inferiorità nei confronti della Francia anche se non lo voleva far sapere a nessuno; balletti di marchese e tripudi di guardie a cavallo affiancavano la chiatta che scivolava lungo il Po, mentre all’approdo era stato eretto un palco per la famiglia reale, che di lì avrebbe poi accompagnato la nuova principessa di Piemonte a palazzo. Dall’alto della sua postazione d’onore la regina di Sardegna scrutava la chiatta con l’ausilio di una piccola lorgnette telescopica. “Perdonate Querido, ma esta Ciccionilde non ve pare un pochito troppo bassa?” chiese a Vittorio Amedeo, indicandogli un punto preciso sul ponte dell’imbarcazione. “Madame, temo che stiate guardando un grosso gatto con la parrucca che saluta la folla con la manina a tulipano, non nostra nuora”. “Minkia, seguro che se el gato è aquì…” rispose Maria Antonietta con un tremolio stizzito nella voce, paventando un pericolo imminente.

Due giorni dopo tutta la famiglia reale, con membri nuovi e vecchi, era riunita nella corta d’onore del Palazzo Reale di Torino. Ai loro lati erano schierati i nobili più chic del territorio sabaudo per assistere allo spettacolo del giorno, ossia l’arrivo di una coppia di dodo (più che di colombi) in visita alla famiglia: Luigi Stanislao Saverio di Francia, Conte di Provenza, e sua moglie Maria Giuseppina di Savoia, in arte Giupa, all’epoca eredi presuntivo della Corona di Francia e signora. Finalmente una grossa berlina verde scuro con le ruote gialle fece il suo ingresso dondolando con l’apparenza di un enorme aspic di prugne sull’acciottolato del piazzale; ed era appunto di velluto color prugna l’abito che cercava di ricoprire con fatica l’uomo che uscì dalla vettura, velluto coloro prugna, passamanerie color bronzo e camicia di pizzo San Gallo.

– Pardonnatemi, amisci, se non riesco a nascondere l’emossion che mi sussita incontrare finalmente la famillia di mia moglie che è anche la mia… disse il Conte di Provenza mentre accennava il gesto di asciugarsi una lacrima dall’angolo dell’occhio destro.
– Monsieur, vi prego, siete dispensato dalle cerimonie per quello che mi riguarda. Sono già abbastanza felice perché posso riabbracciare mia madre, lo ammonì bonaria Maria Giuseppina.

Dall’imperiale della carrozza una voce puntualizzò: “Macché commozione, a Vostra Altezza Reale è solo andato di traverso il panino con la mortadella che ha appena mangiato!”. Donna Sofia di Collegno, contessa di Savonera riusciva ad infiltrarsi ovunque, come ben sapevano Giupa e sua madre.

Maria Antonietta baciò cerimonialmente la figlia, poi le prese le mani tra le sue e le chiese:

– Vi trovo in splendida forma, niña. Come state?
– Mamita, se devo essere onesta da quando sono in Francia mi sento come se mi avesse investita un uragano.

Comme un ouragan
qu’est passé sur moi,
l’amour a tout emporté.
Dévasté ma vie,
des lames en furie
qu’on ne peut plus arrêter.

Comme un ouragan,
la tempête en moi
a balayé le passé

Allumé nos vies,
c’est un incendie
qu’on ne peut plus arrêter.

– Caspita, pequeña, la vostra vita dev’essere davvero piena ed intensa… Y quando credete che mi regalerete un nipotiño o dos?
– Mamita, ma avete visto mio marito? Temo che farei prima a farmeli affittare dalla Smargiassa, non credete?

Maria Antonietta squadrò con occhio da chirurgo il corpulento genero e crollò la testa sconsolata.

– Minkia, seguro! Spero che ve la caviate bene con l’uncinetto, Giupita.

Sogni

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Passeggio a braccetto con Bergoglio per le vie di una città qualsiasi mentre gli racconto quanto villano becero e incompetente sia un mio referente, frattanto un uomo ci ferma uscendo di corsa da una libreria per darci delle copie di un giallo Mondadori da far autografare all’autore.

Felice giorno degli uccelli

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Lo sento, il cimento ricorrente si avvicina di nuovo. Riconoscerei questa precisa nota di cafard anche se avessi appena bevuto un bel bicchierone di decotto di acacia, assenzio e stramonio con quella spruzzatina di dopamina che fa sempre bene. Tu sei lì nell’afa della canicola e senti la bimba dei vicini che gioca al compleanno con la Barbie e le canta “Eppi berdei”; improvvisamente un ricordo ti si affaccia, investendoti con la forza di un treno in corsa.

Sei in una stanza con le tapparelle mezzo abbassate per difendersi dalla battuta del sole del secondo piano di una vecchia casa; la stanza è una cucina, con dei mobili in formica bianca e finto legno scuro, col piano verde bottiglia e le maniglie trapezoidali nere. La tavola è apparecchiata con una tovaglia di tela grossa, rosa chiaro con una fascia più scura, e piatti di ceramica bianca; ai due lati siedono un uomo e una donna, in mezzo un bambino. La donna si alza e prende qualche cosa dal pensile d’angolo: è una piccola torta sulla quale ci sono tre caramelle tonde di gelatina e tre candeline. Posa il dolce sul tavolo e le accende, per poi incitare il bimbo a soffiare per spegnerle. Il piccolo non si accorge che lei soffia assieme a lui, né si rende bene conto di che cosa dovrebbe succedere perché è riuscito a spegnerle in un colpo solo: aspetta solo di mangiare la sua fetta di torta, senza sapere che cosa sia un desiderio. Forse. È il tuo primo ricordo in assoluto; riesci a evocarne gli odori, i suoni, i colori al punto che potresti perfino toccare i suoni o leccare i colori.

Un istante dopo vedi un ragazzino imbarazzato, non sorride perché gli manca un incisivo e forse un po’ perché è avvolto in un maglione di lana mélange di un improbabile color cacca di gatto. È circondato da parenti festanti, ha davanti una torta con su dei confetti disposti a fiore e delle candeline; la consorteria parentale ulula perché le spenga, lui lo fa controvoglia perché sa che subito dopo qualche simpaticone provvederà a tirargli le orecchie ritualmente; quelle orecchie a sventola che cerca sempre di nascondere sotto i capelli perché lo fanno sentire brutto, goffo, deriso.

Ti scuoti un attimo dal turbinio dei pensieri, e ti accoccoli sul divano col tuo bicchiere di rosso per prendere un po’ fiato; vuoi una visione, uno specchio, un modo per vedere dentro il futuro per capire come riuscire a modificare le impressioni del tuo passato. Hai bisogno di una guida, di un’indicazione per liberarti dagli echi del dolore. Accendi la tv per caso, e mentre rimugini la moretta protagonista del telefilm sta dicendo al marito che non riesce ad andare dalla madre, specie in quel giorno. Lui le risponde che è adulta, ed è ora che si riprenda i giorni del suo compleanno perché sono solo suoi. Ti ricordi che in vita tua hai festeggiato di tua spontanea volontà solo due volte, a trentasei anni perché hai cambiato vita e a quaranta perché la vita nuova l’avevi stabilizzata per quanto possibile. Sai che l’hai fatto perché eri tu a volerlo fare, in fin dei conti ogni occasione per fare baldoria è buona; sai che l’hai fatto perché il fatto che tu fossi il padrone di casa voleva dire che non ci sarebbero state le solite domande di prammatica: che cosa vuoi fare da grande? Quando ti sposi? Quanto prendi al mese? Quando compri un camper? Perché non ti prendi uno straccio di laurea? Perché non vieni a stare da me? Quando ti trovi una donna? Perché hai mollato l’attività di famiglia? Guardati, sei quasi verde… sei sicuro di stare bene? Adesso che invecchi metterai giudizio? Ma ti cali gli anni?

Tu hai sempre avuto voglia di rispondere in maniera pesante, giusto per soffocare la zuccherosa acidità di quegli urletti cariogeni che fanno da sottodominante armonica alle domande gratuite. Soprattutto ti dava fastidio che nessuno capisse il motivo del tuo malumore: tutti lo attribuivano all’età, all’invecchiamento. E invece, cari i miei signori, la vecchiaia non esiste! L’hanno inventata quelli come voi solo per avere una scusa per lamentarsi e per fare discorsi cretini; per me il solo, unico e vero fastidio è la sciattezza delle vostre domande sgradevoli e sgradite, trite e stantie.

Io, poiché sono convinto che nelle coincidenze ripetute non ci sia uno schema casuale, penso di avere avuto la mia risposta e di avere un’idea per riplasmare il mio passato.

Eppi berdei, felice giorno degli uccelli!

Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 53

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D’estate, quando Sirio si abbina al Sole dall’alba al tramonto, il caldo e l’umidità rendono arduo arrivare a sera, anche se si vive e lavora in un luogo dove una volta sorgeva un mulino a vento, per cui il vento il rimasto lì anche dopo la demolizione del mulino. Si combatte l’afa bevendo vini di Champagne rinfrescati immergendo le bottiglie direttamente nel Grand Canal, caraffe di mint julep, bottiglioni di mojito e scofanandosi mastelli di gelo all’anguria e di cassatelle di sant’Agata; c’erano anche i temerari che azzardavano delle immersioni nelle acque della Pièce d’eau des Suisses, ma spesso la fatica si rivelava essere maggiore del divertimento. L’unica persona che durante i giorni della fine della canicola cercava di sudare il più possibile era Madame Clotilde, più nota col nomignolo di Gros Madame , perché sperava di perdere almeno mezzo millimetro di giro vita prima di infilare il suo abito da sposa.

Finalmente, il giorno che ogni donzella di buona famiglia aspetta con ansia (figurarsi una principessa di casa reale) era arrivato: la mattina del 21 agosto 1775, nella cappella reale di Versailles, le Gros Madame avrebbe sposato per procura Sua Altezza Reale Carlo Emanuele Ferdinando Maria di Savoia, Principe di Piemonte, rappresentato in quell’occasione dal futuro cognato, Re Luigi XVI. I preparativi fervevano da giorni e avevano creato non pochi problemi logistici a m. Papillon de La Ferté, l’intendente dei Menus Plaisirs, che curava l’organizzazione di ogni minimo evento a Corte. Aveva dovuto accantonare l’idea di far scoperchiare il tetto della cappella o di far togliere la porta e le colonne per via dei costi eccessivi, si era limitato a rimuovere temporaneamente tre vetrate adiacenti per far entrare il sistema di carrucole e paranchi necessari per calare le Gros Madame con tutto il suo abito nuziale all’interno del locale.  L’abito era semplice ma suntuoso allo stesso tempo, un velo bianco leggero a coprire il capo, un corsetto color avorio ad inguainare come avrebbe potuto le spalle e la persona della principessa, con una cintura chiusa da un grande cameo e una gonna con un ampio panier ricoperto da diversi strati di tulle e di broccato; il merito della creazione andava a m.lle Bertin per il disegno e a m. du Canapé de Chateau d’Ax per i tessuti.

Il Re faceva la sua figura indossando un abito di velluto cremisi con il collare dell’Ordine dello Spirito Santo; affiancava la sorella e con aria perplessa chiese:

– Sposarmi, Sire.
– Ma per mille cardini, io ho già una moglie e poi voi dovete sposare M. il Principe della bagna cauda!
– Il Ciumbia lo devo sposare sul serio ma a casa sua, mentre noi due ci sposiamo per finta: non mi potete impacchettare e spedire con la posta celere a Torino senza prima aver fatto di me una donna regolarmente maritata.
– Piano col filo, che la polenta è poca: non vi mando via posta perché con quello che costa al chilo finisce che M. Turgot mi toglie il saluto. Ho già fatto armare una chiatta con tutto il necessario, e andrete via fiume per il maggior tempo possibile.
– Madame, aiutatemi voi… – Disse Clotilde indispettita rivolgendosi alla cognata.
– Siate paziente, sapete benissimo come funzionano certe cose. Del resto, a suo tempo è successa la stessa cosa anche a me.
– Come? Avete sposato il Ciumbia anche voi? – Chiese con aria inebetita Luigi XVI a Maria Antonietta.
– Ah per carità, mi mancherebbe solo quella. No, io non sono mica una di quelle Asburgo tascabili che fanno sposare al primo che passa per strada: intendevo dire che prima di sposarvi ho sposato mio fratello a Vienna.
– Oh santi numi! La Teresona mi ha rifilato un’arciduchessa usata? Siete stata una Delfina bigama? E quindi io sarei… sarei… sarei… ecco, lo sapevo che aveva ragione mia zia Adelaide!
Madame Clotilde versò qualche lacrima, forse per l’emozione o forse per la rabbia. Il fratello le chiese:
– Piangete, Madame?
– Sì, per quanto io sia felice di andare in sposa oltralpe non posso fare a meno di pensare che tra poco tempo mi allontanerò per sempre dalla mia famiglia, da m.me de Marsan, e da tutte le persone cui ho voluto bene.
– Su, non dite così… come si dice… non perdiamo una sorella ma acquistiamo un nuovo fratello!
– Eh, buonasera… credete anche agli UFO? Rispose stizzita la principessa. Io sono stanca di parole inutili, di essere blandita con l’etichetta; io vorrei… vorrei…

– Vorrei due ali d’aliante
Per volare sempre più distante
E una baracca sul fiume
Per pulirmi in pace le mie piume
Un grande letto sai
Di quelli che non si usan più
Un clavicembalo rotto
Che funzioni però
Quando sono giù un po’.

Non voglio mica la luna
Chiedo soltanto di stare
Stare in disparte a sognare
E non stare a pensare più a te!

Da un angolo della chiesa si sentì distintamente il rumore sordo di qualcosa che cozzava contro i pilastri marmorei che decoravano la cappella reale; dopo aver ascoltato la conversazione un grosso gatto rosso di nome Katz Rex, Graf auf und zu Katzenham, stava dando delle testate alla colonna, mettendo a dura prova la parrucca preparatagli la mattina da Léonard.

La sera si tenne un grande banchetto per festeggiare, cui fece seguito un bal paré veramente magnifico. La Regina vi intervenne assolutamente splendida, in un abito disseminato di fiori di oleandro, non troppi diamanti e delle piume non esageratamente alte. Marie-Antoinette aprì le danze da sola perché il real marito non se la sentiva; riuscì ad aggirare diplomaticamente le norme dell’etichetta che le impedivano di girare la schiena al Re durante i primi due balli stando in piedi al suo fianco e dando istruzioni ai partecipanti.

One, two, three, four, five, six, seven, eight!
Dormire!
Salutare!
Autostop!
Starnuto!
Camminare!
Nuotare!
Sciare!
Spray!
Macho!
Clacson!
Campana!
Ok!
Baciare!
Saluti!
Saluti!
Superman!

Ok, ragazzi: adesso cerchiamo di farlo meglio! Ricordatevi che si parte sempre da dormire. Fate attenzione alla differenza tra camminare e nuotare, e nel finale due volte i saluti. Fatelo bene!

Le tre vecchie Mesdames erano nelle loro poltrone come degli avvoltoi in cerca di carogne e scuotevano la testa disapprovando, ma per la Regina non era una novità: sapeva fin troppo bene che il giorno seguente Madame Adélaïde avrebbe redatto delle note per i gazzettieri che l’avrebbero coperta di ridicolo, nella migliore delle ipotesi. Monsieur il Conte d’Artois, ben noto per la sua indole festaiola e fatua, non aveva alcuna intenzione di perdere neanche una briciola del divertimento: si avvicinò alla principessa de Lamballe e la trascinò nelle danze: “Cugina, vi prego. Tanto ir mi cugino è morto da mo’, non avete scuse per negarmi un giretto. E a Carletto vostro un si pole negare nulla!”. Prendendo la mano sinistra di Maria Teresa con la destra la portò in mezzo alla sala canticchiando un motivetto e iniziando una danza fatta di saltelli e di gesti fatti con le mani:

Dale tu cuerpo alegria macarena
tu cuerpo dale alegria y cosa buena
dale tu cuerpo alegria macarena
eh… macarena!
Macarena tiene un novio que se llama
que se llama de apellido Vittorino
en la jura de bandera del muchacho
se la vio con dos amigos…

Le incertezze del rimorchio

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Essere single è spesso un casino, ma alle volte essere fidanzati è anche peggio.

Anni fa, quand’ero più giovane, sguaiato ed avevo anche molti più capelli, lasciai l’ex dopo quasi cinque anni di relazione e quattro di convivenza perché l’alternativa era trasformarci in una sorta di replica di George & Mildred, di Sandra & Raimondo o di Stanlio & Ollio armati di parrucca, bigodini e mocio. La separazione non fu semplice, ma immagino che nessuna -o quasi- lo sia; ognuno ha i propri metodi per non pensare al dolore, per distrarsi.

Io, per me, ne ho uno solo: trombo come una manticora!

Nell’interregno tra la storia vecchia e quella nuova (che peraltro deriva dal quinto di cinque flirt contemporanei, e lo sa benissimo) toccai delle punte di virtuosismo alla Paganini, nel mio piccolo: il mio record è di quattro rimorchi diversi in ventiquattrore. Dopo mi ci vollero tre giorni per ripigliarmi, anche perché avevo tutta l’attrezzatura necessaria che pareva fosse stata grigliata al barbecue di Sue Ellen Ewing ma nonostante l’aspetto poco appetibile, a metà tra una salama da sugo stracotta e una carruba, il mio piccolo amico Eusebio era felice come un pisello nel baccello.

Un giorno mi capitò di rimorchiare una preda interessante sulla trentina abbondante, non esattamente bella ma piacevole: certo, di bruttezza non si può parlare, ma le persone per le quali camminare carponi sui vetri rotti sono tutta un’altra cosa. Di cultura discreta, infilava anche tutti i suoi bravi congiuntivi corretti, leggeva, s’interessava di cinema (cosa che spesso mi affascina perché i miei gusti in fatto di pellicole sono molto terra terra). Ci incontriamo un giorno, giusto per una ricognizione: a meno di non essere in posti dedicati, con la macelleria in esposizione ed essere lì più o meno per un wurstel del McDonald, è sempre meglio evitare di trombare così, tanto per gradire: hai visto mai che quello che tu pensavi essere un distinto esattore delle tasse ti riveli un’arpia famelica che ulula implorante di aver bisogno di tutti e dieci i centimetri? Mi va bene il pecoreccio, ma ci sono dei limiti a tutto, che diamine! Nel frattempo io ci tenevo a sottolineare a ogni occasione che avevo defenestrato l’ex da due mesi, e non volevo sentire parlare di storie nuove, di relazioni e di matrimonio. Ben chiaro fin dall’inizio: se succede qualche cosa è solo che si tromba come cercopitechi, e basta.

Dopo la prima trattativa a base di caffè e torta della nonna in un bar del centro (mai, e dico mai con tre punti esclamativi portare il rimorchio a casa immediatamente, al massimo trombi in auto nel parcheggio sotto casa sua)… dopo la torta, dicevo, c’incontrammo la settimana seguente per pranzo, e poi il sabato sera per cena assieme a dei miei amici (non troppo spesso soli subito, giusto per evitare che si montino la testa). Il sabato notte dormì da me, anche se la parola dormire appare quanto mai un azzardo. Rincasando dalla cena con gli amici io ero tranquillo, vagamente sonnacchioso, anche se ben disposto; del resto, ci stavamo rintanando a casa mia non certo per giocare a rubamazzo: non l’avessi mai fatto! Maledetti i miei ferormoni, ma soprattutto maledetta la solitudine.

Dopo essere stato praticamente teleportato fuori dai vestiti, mi ritrovai ad aver davanti una creatura scappata da un film di Dario Argento che inscenava numeri circensi che avrebbero fatto arrossire la compianta Moana Pozzi, e che probabilmente aveva imparato mandando a memoria diverse pellicole del settore. No, no fermi lì che vi vedo, voi birichini davanti allo schermo: non erano numeri acrobatici o corroborati da cani, cavalli e schiavi nubiani, flabelli di piume di struzzo e fruste fatte con code di cammello; anzi, dal punto di vista fisico era una cosa prettamente ordinaria, alla stregua della famigerata casalinga di Voghera: sembrava di trombare un’azdora emiliana mentre tira la sfoglia. Il brutto è che non taceva mai. Assolutamente mai!

La Beata Moana, amica mia perduta, non avrebbe mai fatto uscire matto uno dei suoi colleghi continuando a ripetere frasette sdolcinatamente volgari come “che bello”, “che grosso”, “che tanto”, “dammelo tutto”, “fammelo arrivare alle orecchie”, e oltretutto inframezzandole con un “ma non potremmo metterci assieme tu e io?”. Questa cosa mi stava uccidendo, mentre la mia libido era morta da un pezzo; il tragico è che a causa della sollecitazione puramente meccanica cui era sottoposto, il mio piccolo amico Eusebio continuava a cercare di fare il suo dovere, ma la mia mente se n’era andata e quindi non saremmo mai, Eusebio ed io, arrivati a portare a termine la sua funzione primaria, e nemmeno la secondaria, data la situazione. Tuttavia, dati i presupposti, la mia scomodissima preda non aveva capito nulla, forsennatamente continuava a fare chupa-dance nella convinzione che io fossi chissà quale incrocio tra un Black&Decker e Porky Pig, mentre io ero più un’Orietta Berti che ripassava mentalmente la lista della spesa per il giorno dopo e nello stesso tempo notava le ragnatele nell’angolo del soffitto proprio sopra l’armadio. Nel finale del terzo atto, mentre mi chiedeva per l’ennesima volta se ci saremmo potuti mettere assieme, e nello stesso tempo esordiva con la terribilissima richiesta della totalità centimetri ho iniziato a scorrere mentalmente la mia agenda telefonica, pensando a quale dei miei amici avrei potuto telefonare alle tre del mattino perché venisse a soffocare cotanta favella con un paio di spanne di sturalavandini.

La morale di tutto ciò? Trombate pure gli sconosciuti, ma ricordatevi che una persona non è in grado di mentire solo sul letto di morte, e sul talamo.

E non sarei neanche tanto sicuro del letto di morte.