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Domenica d’agosto

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casalinga-disperata-a25144162La cottura a vapore è etichettata come una delle più dietetiche, e soprattutto per una delle più sane: allora perché un’estate a Rovigo è insopportabile proprio perché sembra di vivere in un’immensa vaporiera? Una media del 95% di umidità nelle ore meno calde, il sudore che t’imperla perfino i lobi delle orecchie creandoti degli effimeri orecchini scintillanti, la pelle mutata in carta moschicida che t’incolla addosso i pochi abiti che indossi ti fa immaginare come ti saresti potuto sentire dopo essere uscito dalla Casa della Bellezza se fossi morto nell’antico Egitto; la ritenzione idrica ti trasforma le dita in tanti xiao mai ancora crudi, con la pastella appiccicosa e molliccia; quando rassetti casa con addosso solo le mutande (per pura concessione alla pudicizia malintesa di tua sorella) e mezzo rotolo di scottex casa avvolto in testa per scimmiottare la Mamy di Via col vento per evitare che il sudore ti coli negli occhi accecandoti, e quindi tanto vale farlo come un clown per tirarti su, accogli senza esitazione alcuna la proposta imprudente: “Se tu fai da mangiare io stiro”. Imprudente per lei, ovviamente: io non stiro mai perché le mie tre Muse -Noia, Pigrizia e Accidia- me lo vietano, figurarsi poi se lo faccio con 36° all’ombra.

Mia sorella, che da quando avevo quindici anni ho soprannominato “La Merdaccia” in un eco fantozziano, è una patita dalle diete; giunonica, ma di ossatura larga tanto da essere dotata di polsi grossi quanto i miei pur essendo una donna e alta venti centimetri meno di me, ha poco peso superfluo da smaltire, ma si affida costantemente al libro della dottoressa Tirone, alla dieta delle uova di Mani di Fata, a quella dei cetrioli in salmì di Intimità, a quella del fegato ai ferri di Rakam, e ultimamente a quella del petto di pollo: abbiamo il congelatore invaso da microporzioni di carne di quel colore improbabile tra il rosa chiaro e il giallognolo, proprio del pollo allevato in batteria che non vede mai né la terra e i vermi e i sassolini, né la luce del giorno, né una dormita decente. Lei acquista carrelli pieni di confezioni famiglia di fesa perché costa meno, poi li riduce in piccole porzioni dal peso preciso, mi pare 130 gr. ciascuna, e le impacchetta una per una con la pellicola trasparente; molto sono composte da brandelli minimi, resti dei tagli dei pezzi più grandi, assommati fino a raggiungere il peso previsto perché anche del pollo non butti via nulla, come del maiale. Lavorare di coltello le riesce semplice, fa il veterinario ed è anche brava come chirurgo (ammetterlo è una fatica, ma è così).

Metto la bistecchiera sul fuoco, apro lo sportello del congelatore e mi trovo davanti al solito spettacolo grandguignolesco: mia sorella congela tutto, senza eccezioni. Sul primo ripiano ci sono delle fette di gorgonzola, la sua migliore amica gliene ha regalata una mezza forma, e lei ha provveduto a inumarla in tante piccole bare di domopack. Sul secondo ripiano ci sono le verdure, cotte o crude poco importa; c’è perfino un sacchettino che contiene delle more raccolte l’anno prima al mare, hai visto mai che non possano tornare buone in futuro? Dal terzo ripiano una moltitudine di palline di un’improbabile tinta smorta mi fa l’occhiolino, con lo sguardo annebbiato dalla brina del freezer: poverine, che vita grama. Mi accorgo di una più piccola delle altre, un rimasuglio ma di un rosa più vivo. La prendo per curiosità, e gliela porto: “Come mai questa è più piccola delle altre?”. Lei si gira, trasecola e me la prende di mano: “No, questo è l’utero della gatta che ho sterilizzato la scorsa settimana, lo avevo messo da parte per fartelo vedere”. “La prossima volta avverti, o mettici un biglietto: stavo per cucinarlo”.