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Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 54

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L’estate nell’Île-de-France era capricciosa in quell’anno 1775, tuttavia per una forma di riguardo verso il figlio primogenito della Chiesa le ultime giornate di agosto si lasciavano ammirare e godere in tutta la magnificenza della loro calda e lussuosa opulenza. Tripudi di farfalle e imenotteri di qualsiasi forma e dimensione folleggiavano senza sosta sotto i cieli azzurri, mentre il sole splendeva a larghe falde e le murene si muovevano a frotte per la Cour du Cheval Blanc: eleganti, sinuose, nobilissime e orribilmente orgogliose del sangue blu regalatogli dai loro avi e dei propri panier nuovi fiammanti: non è mai esistita un’accolta di gente più pericolosa e più scintillante dei cortigiani di Versailles.
Luigi XVI e tutta la famiglia reale agitavano i fazzoletti bianchi in direzione di un lungo serpente di carrozze che si muoveva lento e maestoso lasciandosi Fontainebleau alle spalle, puntando indefinitamente verso il sud: le vetture e un’enorme chiatta trasportavano Madame Clotilde ed il suo seguito verso Chambéry per la cerimonia della rémise: laggiù finalmente Sua Altezza Reale le Gros Madame avrebbe smesso (per quanto possibile a parole) ufficialmente di essere la sorella de re di Francia per diventare la Principessa di Piemonte.
Il cornac incitava gli elefanti che trainavano la chiatta cantando delle strofe di viaggio:

It’s a long way to Tipperary,
It’s a long way to go.
It’s a long way to Tipperary
To the sweetest girl I know!

Madame Clotilde batteva il piede a ritmo, e si unì al cornac cantando a modo suo:

Goodbye, Fontainebleau.
Farewell, Choisy-le-Roi!
It’s a long long way to… Chambérary,
But my heart’s right there.

Madame de Marsan, Governante dei Figli di Francia ed affezionatissima alla principessa, era stata graziosamente sollecitata dalla regina in persona ad accompagnarla nel penultimo viaggio: in realtà Maria Antonietta sarebbe stata felice di sbarazzarsene per sempre e che quello fosse l’ultimo viaggio (in senso buono, per carità) di m.me de Marsan, ma si accontentava del penultimo.

– Madame, contegno. Con tutto il bene che vi voglio, questa non è una canzone adatta a voi.

M.me de Marsan era seconda solo a M.me de Noailles nel saper usare l’etichetta come un machete, ma era molto più simpatica: non che questo fosse un grande primato, essendo come scegliere tra la pece bollente e il sale sulle piaghe. E per la gioia dei più buoni, nei giorni seguenti si sarebbero messi in viaggio anche Monsieur e Madame, i Conti di Provenza, perché passando per le stesse tappe dopo la Ciccionilde sarebbero apparsi più magri.

Una volta giunti a Chambéry tutto si svolse secondo quanto stabilito dall’etichetta: la rémise fu fatta sul Pont des Voisins, che è metà territorio francese e metà sabaudo; i nemici della sposa erano da un lato, e quelli dello sposo dall’altro. Svestire Gros Madame per farle abbandonare tutto ciò che potesse essere francese fu un lavoro considerevole ma qualcuno doveva pur farlo, e non fu mai arduo quanto rivestirla una volta dall’altra parte del ponte: il personale di Versailles era abituato da lunghi anni di pratica, i piemontesi no; dalla loro avevano solo una discreta abilità circense che gli permetteva di alzare tendoni da circo in dimore signorili ad ogni occasione. Terminata la cerimonia la principessa appariva commossa, forse perché sapeva che dopo non molto tempo avrebbe incontrato la suocera, Maria Antonietta di Spagna, che sua cognata la Contessa di Provenza chiamava familiarmente mamita.

L’arrivo a Torino si svolse in gran pompa, Vittorio Amedeo III aveva un leggero complesso di inferiorità nei confronti della Francia anche se non lo voleva far sapere a nessuno; balletti di marchese e tripudi di guardie a cavallo affiancavano la chiatta che scivolava lungo il Po, mentre all’approdo era stato eretto un palco per la famiglia reale, che di lì avrebbe poi accompagnato la nuova principessa di Piemonte a palazzo. Dall’alto della sua postazione d’onore la regina di Sardegna scrutava la chiatta con l’ausilio di una piccola lorgnette telescopica. “Perdonate Querido, ma esta Ciccionilde non ve pare un pochito troppo bassa?” chiese a Vittorio Amedeo, indicandogli un punto preciso sul ponte dell’imbarcazione. “Madame, temo che stiate guardando un grosso gatto con la parrucca che saluta la folla con la manina a tulipano, non nostra nuora”. “Minkia, seguro che se el gato è aquì…” rispose Maria Antonietta con un tremolio stizzito nella voce, paventando un pericolo imminente.

Due giorni dopo tutta la famiglia reale, con membri nuovi e vecchi, era riunita nella corta d’onore del Palazzo Reale di Torino. Ai loro lati erano schierati i nobili più chic del territorio sabaudo per assistere allo spettacolo del giorno, ossia l’arrivo di una coppia di dodo (più che di colombi) in visita alla famiglia: Luigi Stanislao Saverio di Francia, Conte di Provenza, e sua moglie Maria Giuseppina di Savoia, in arte Giupa, all’epoca eredi presuntivo della Corona di Francia e signora. Finalmente una grossa berlina verde scuro con le ruote gialle fece il suo ingresso dondolando con l’apparenza di un enorme aspic di prugne sull’acciottolato del piazzale; ed era appunto di velluto color prugna l’abito che cercava di ricoprire con fatica l’uomo che uscì dalla vettura, velluto coloro prugna, passamanerie color bronzo e camicia di pizzo San Gallo.

– Pardonnatemi, amisci, se non riesco a nascondere l’emossion che mi sussita incontrare finalmente la famillia di mia moglie che è anche la mia… disse il Conte di Provenza mentre accennava il gesto di asciugarsi una lacrima dall’angolo dell’occhio destro.
– Monsieur, vi prego, siete dispensato dalle cerimonie per quello che mi riguarda. Sono già abbastanza felice perché posso riabbracciare mia madre, lo ammonì bonaria Maria Giuseppina.

Dall’imperiale della carrozza una voce puntualizzò: “Macché commozione, a Vostra Altezza Reale è solo andato di traverso il panino con la mortadella che ha appena mangiato!”. Donna Sofia di Collegno, contessa di Savonera riusciva ad infiltrarsi ovunque, come ben sapevano Giupa e sua madre.

Maria Antonietta baciò cerimonialmente la figlia, poi le prese le mani tra le sue e le chiese:

– Vi trovo in splendida forma, niña. Come state?
– Mamita, se devo essere onesta da quando sono in Francia mi sento come se mi avesse investita un uragano.

Comme un ouragan
qu’est passé sur moi,
l’amour a tout emporté.
Dévasté ma vie,
des lames en furie
qu’on ne peut plus arrêter.

Comme un ouragan,
la tempête en moi
a balayé le passé

Allumé nos vies,
c’est un incendie
qu’on ne peut plus arrêter.

– Caspita, pequeña, la vostra vita dev’essere davvero piena ed intensa… Y quando credete che mi regalerete un nipotiño o dos?
– Mamita, ma avete visto mio marito? Temo che farei prima a farmeli affittare dalla Smargiassa, non credete?

Maria Antonietta squadrò con occhio da chirurgo il corpulento genero e crollò la testa sconsolata.

– Minkia, seguro! Spero che ve la caviate bene con l’uncinetto, Giupita.

Che cosa sarebbe successo se la Contessa di Provenza si fosse lavata? Ep. 53

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D’estate, quando Sirio si abbina al Sole dall’alba al tramonto, il caldo e l’umidità rendono arduo arrivare a sera, anche se si vive e lavora in un luogo dove una volta sorgeva un mulino a vento, per cui il vento il rimasto lì anche dopo la demolizione del mulino. Si combatte l’afa bevendo vini di Champagne rinfrescati immergendo le bottiglie direttamente nel Grand Canal, caraffe di mint julep, bottiglioni di mojito e scofanandosi mastelli di gelo all’anguria e di cassatelle di sant’Agata; c’erano anche i temerari che azzardavano delle immersioni nelle acque della Pièce d’eau des Suisses, ma spesso la fatica si rivelava essere maggiore del divertimento. L’unica persona che durante i giorni della fine della canicola cercava di sudare il più possibile era Madame Clotilde, più nota col nomignolo di Gros Madame , perché sperava di perdere almeno mezzo millimetro di giro vita prima di infilare il suo abito da sposa.

Finalmente, il giorno che ogni donzella di buona famiglia aspetta con ansia (figurarsi una principessa di casa reale) era arrivato: la mattina del 21 agosto 1775, nella cappella reale di Versailles, le Gros Madame avrebbe sposato per procura Sua Altezza Reale Carlo Emanuele Ferdinando Maria di Savoia, Principe di Piemonte, rappresentato in quell’occasione dal futuro cognato, Re Luigi XVI. I preparativi fervevano da giorni e avevano creato non pochi problemi logistici a m. Papillon de La Ferté, l’intendente dei Menus Plaisirs, che curava l’organizzazione di ogni minimo evento a Corte. Aveva dovuto accantonare l’idea di far scoperchiare il tetto della cappella o di far togliere la porta e le colonne per via dei costi eccessivi, si era limitato a rimuovere temporaneamente tre vetrate adiacenti per far entrare il sistema di carrucole e paranchi necessari per calare le Gros Madame con tutto il suo abito nuziale all’interno del locale.  L’abito era semplice ma suntuoso allo stesso tempo, un velo bianco leggero a coprire il capo, un corsetto color avorio ad inguainare come avrebbe potuto le spalle e la persona della principessa, con una cintura chiusa da un grande cameo e una gonna con un ampio panier ricoperto da diversi strati di tulle e di broccato; il merito della creazione andava a m.lle Bertin per il disegno e a m. du Canapé de Chateau d’Ax per i tessuti.

Il Re faceva la sua figura indossando un abito di velluto cremisi con il collare dell’Ordine dello Spirito Santo; affiancava la sorella e con aria perplessa chiese:

– Sposarmi, Sire.
– Ma per mille cardini, io ho già una moglie e poi voi dovete sposare M. il Principe della bagna cauda!
– Il Ciumbia lo devo sposare sul serio ma a casa sua, mentre noi due ci sposiamo per finta: non mi potete impacchettare e spedire con la posta celere a Torino senza prima aver fatto di me una donna regolarmente maritata.
– Piano col filo, che la polenta è poca: non vi mando via posta perché con quello che costa al chilo finisce che M. Turgot mi toglie il saluto. Ho già fatto armare una chiatta con tutto il necessario, e andrete via fiume per il maggior tempo possibile.
– Madame, aiutatemi voi… – Disse Clotilde indispettita rivolgendosi alla cognata.
– Siate paziente, sapete benissimo come funzionano certe cose. Del resto, a suo tempo è successa la stessa cosa anche a me.
– Come? Avete sposato il Ciumbia anche voi? – Chiese con aria inebetita Luigi XVI a Maria Antonietta.
– Ah per carità, mi mancherebbe solo quella. No, io non sono mica una di quelle Asburgo tascabili che fanno sposare al primo che passa per strada: intendevo dire che prima di sposarvi ho sposato mio fratello a Vienna.
– Oh santi numi! La Teresona mi ha rifilato un’arciduchessa usata? Siete stata una Delfina bigama? E quindi io sarei… sarei… sarei… ecco, lo sapevo che aveva ragione mia zia Adelaide!
Madame Clotilde versò qualche lacrima, forse per l’emozione o forse per la rabbia. Il fratello le chiese:
– Piangete, Madame?
– Sì, per quanto io sia felice di andare in sposa oltralpe non posso fare a meno di pensare che tra poco tempo mi allontanerò per sempre dalla mia famiglia, da m.me de Marsan, e da tutte le persone cui ho voluto bene.
– Su, non dite così… come si dice… non perdiamo una sorella ma acquistiamo un nuovo fratello!
– Eh, buonasera… credete anche agli UFO? Rispose stizzita la principessa. Io sono stanca di parole inutili, di essere blandita con l’etichetta; io vorrei… vorrei…

– Vorrei due ali d’aliante
Per volare sempre più distante
E una baracca sul fiume
Per pulirmi in pace le mie piume
Un grande letto sai
Di quelli che non si usan più
Un clavicembalo rotto
Che funzioni però
Quando sono giù un po’.

Non voglio mica la luna
Chiedo soltanto di stare
Stare in disparte a sognare
E non stare a pensare più a te!

Da un angolo della chiesa si sentì distintamente il rumore sordo di qualcosa che cozzava contro i pilastri marmorei che decoravano la cappella reale; dopo aver ascoltato la conversazione un grosso gatto rosso di nome Katz Rex, Graf auf und zu Katzenham, stava dando delle testate alla colonna, mettendo a dura prova la parrucca preparatagli la mattina da Léonard.

La sera si tenne un grande banchetto per festeggiare, cui fece seguito un bal paré veramente magnifico. La Regina vi intervenne assolutamente splendida, in un abito disseminato di fiori di oleandro, non troppi diamanti e delle piume non esageratamente alte. Marie-Antoinette aprì le danze da sola perché il real marito non se la sentiva; riuscì ad aggirare diplomaticamente le norme dell’etichetta che le impedivano di girare la schiena al Re durante i primi due balli stando in piedi al suo fianco e dando istruzioni ai partecipanti.

One, two, three, four, five, six, seven, eight!
Dormire!
Salutare!
Autostop!
Starnuto!
Camminare!
Nuotare!
Sciare!
Spray!
Macho!
Clacson!
Campana!
Ok!
Baciare!
Saluti!
Saluti!
Superman!

Ok, ragazzi: adesso cerchiamo di farlo meglio! Ricordatevi che si parte sempre da dormire. Fate attenzione alla differenza tra camminare e nuotare, e nel finale due volte i saluti. Fatelo bene!

Le tre vecchie Mesdames erano nelle loro poltrone come degli avvoltoi in cerca di carogne e scuotevano la testa disapprovando, ma per la Regina non era una novità: sapeva fin troppo bene che il giorno seguente Madame Adélaïde avrebbe redatto delle note per i gazzettieri che l’avrebbero coperta di ridicolo, nella migliore delle ipotesi. Monsieur il Conte d’Artois, ben noto per la sua indole festaiola e fatua, non aveva alcuna intenzione di perdere neanche una briciola del divertimento: si avvicinò alla principessa de Lamballe e la trascinò nelle danze: “Cugina, vi prego. Tanto ir mi cugino è morto da mo’, non avete scuse per negarmi un giretto. E a Carletto vostro un si pole negare nulla!”. Prendendo la mano sinistra di Maria Teresa con la destra la portò in mezzo alla sala canticchiando un motivetto e iniziando una danza fatta di saltelli e di gesti fatti con le mani:

Dale tu cuerpo alegria macarena
tu cuerpo dale alegria y cosa buena
dale tu cuerpo alegria macarena
eh… macarena!
Macarena tiene un novio que se llama
que se llama de apellido Vittorino
en la jura de bandera del muchacho
se la vio con dos amigos…