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La febbre di Occhiobello

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Mia madre sorvegliava anche la mia educazione formale: mi insegnava a non masticare con la bocca aperta, a tenere le posate e a fare tutte quelle cose che un bravo bambino di buona famiglia deve saper fare per non far sfigurare la sua yiddishe mame in pubblico; povero lui se di yiddische mame ne ha due: sì, perché non occorre essere né ebrei né madri né tanto meno donne per esserlo; mio padre rispecchiava molte delle caratteristiche richieste. Per intenderci, la yiddische mame è quella che quando porta a spasso i bambini in carrozzina e qualcuno fa loro un complimento lei chiede subito se stanno parlando del dottore o dell’avvocato. Quindi la mamma era attentissima a spiegarmi come si chiamavano le piante che avevamo in giardino: c’era l’abete argentato (in realtà un cipresso), il pesco selvatico (un melo da fiore), un pino selvatico (un bellissimo tasso) e così via. Non ho mai saputo se mi desse risposte di fantasia perché la sua personalità non le permetteva di dire “non lo so” o se fosse solo per zittire il bambino dalle mille domande, però questo tipo di atteggiamento lo vedevo anche quando avevo già bello che fatto il militare e avevo imparato a verificare sempre… quando mi ricordavo di farlo, uno non dovrebbe passare la vita a guardarsi le spalle, metaforicamente parlando ma anche non solo, dalla persona che ti ha allevato. O meglio, colei che ad un certo punto ha delegato il tuo allevamento a tua sorella di dieci anni più vecchia, la quale s’è fatta l’esame di terza media con te fuori che aspettavi frantumando uno per uno una scatola di biscotti Plasmon sbriciolandoli col pugnetto sul sedile della panca dove ti avevano messo ad aspettare… ma questa è un’altra storia.

Le risposte di fantasia, dicevamo, che per colmo di coerenza le davano un fastidio canchero se le dava qualcun altro, forse perché le vedeva come atteggiamento di strafottenza, o forse perché il caso che ci siamo sempre sentiti raccontare da lei riguardava una delle sue migliori nemiche pubbliche: la suocera, mia nonna Lisa (quella cattiva, per intendersi). La storia risale a quando i miei avevano un bar in quel di Este, ignoro l’anno preciso: un cliente stava chiacchierando con mia madre mentre leggeva in un giornale un articolo che riguardava l’alluvione del 1951, e questi lesse una didascalia sotto una foto (citiamo a braccio, per forza di cose): “Un vigile del fuoco che porta in salvo con un’imbarcazione un bambino con la febbre, di Occhiobello”. La mamma era solita a questo punto fare l’imitazione della suocera scimmiottadone il fare di superiorità, la piega sdegnosa delle labbra di chi sta guardando una boassa appena deposta, e la voce dal gorgoglio schifiltoso. Testulamente: “E lei è saltata fuori come fa lei dicendo: <<Sappiamo, sappiamo: la febbre di Occhiobello è una specie di poliomielite!>>”; era una delle storie preferite della mamma, un po’ come quando suonano Fin che la barca va dell’Orietta Berti alle sagre della polpetta.

Le uova della nonna

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Su mia nonna nazi, come la chiama Ale, ce ne sarebbero diverse da dire.

La prima che mi viene in mentre è quella delle uova al petrolio, che mia madre mi raccontò quando avevo circa nove anni (forse… diciamo tra la terza e la quinta elementare): un giorno la mamma mi stava preparando un uovo sbattuto per merenda, ogni tanto ce ne arrivavano alcune di giornata tramite la vicina di casa. Mentre montava l’uovo con lo zucchero, ex aprupto, mi disse:

– Una volta tua nonna Lisa mi aveva portato delle uova perché ti facessi l’ovetto sbattuto. Tu eri piccolo. Gliele aveva date la zia Maria appena tirate su dal pollaio. Io le ho rotte e sentivo un odore strano… mi pareva che puzzassero di kerosene. Telefono alla zia Maria per chiederle e lei si arrabbia. Mi dice: “Come, mia sorella ti ha dato delle uova che san da nafta? Ma io le ho dato sì le uova, e anche una bottiglietta di nafta perché le serviva, ha messo tutto in borsetta. Vuoi vedere che è successo qualcosa?”, poi mi richiama dopo poco avendo parlato con tua nonna: è venuto fuori che la bottiglia aveva perso il tappo e non volendo buttare le uova le ha portate a me dicendomi: “To’, ciapa. Faghe el sbatudin al puteo”. Roba che se non avessi sentito l’odore ti saresti potuto avvelenare.

Il tutto raccontato con un fare teatrale e un crescendo della voce e dello sdegno da fare impallidire Clara Calamai. Che cara persona, mia nonna: sempre pronta a far del bene all’umanità. Mia madre, quanto a destabilizzazione del prossimo e svilimento degli avversari attraverso l’esaltazione del proprio ruolo salvifico non era da meno, tuttavia: si trattava di un gioco nel quale era bravissima.